La rabbia nelle piazze ci pone degli interrogativi che non possono essere ignorati
L’esplosione delle proteste in tutta Italia, a cominciare da Milano fino alla Sicilia, non può certamente essere liquidata come semplice espressione di facinorosi e violenti. Dietro le manifestazioni ci sono studenti che rivendicano condizioni e luoghi di studio decenti ; non a caso a Roma e in altre parti gli insegnanti hanno fatto da filtro di protezione tra il corteo e gli agenti. Ci sono i camionisti, esasperati dal prezzo crescente e non più sostenibile del carburante. Ci sono gli operai dell’Ilva che rischiano di ritrovarsi senza lavoro.
Gli eventi di Milano hanno messo in evidenza, tra l’altro, un fenomeno nuovo, ossia la massiccia partecipazione di minorenni (molti 12enni) che sfogano la loro rabbia contro tutto ciò che trovano. Ci sono, poi, i soliti guastatori che sfondano vetrine e fanno, più o meno consapevolmente, il gioco di chi vorrebbe ricondurre il tutto a fenomeni di delinquenza comune.
Quello dei minorenni è un fenomeno relativamente nuovo e impone di comprendere la ragioni di un disagio che si affaccia in un’epoca della vita nella quale, tradizionalmente, non ci si è mai posti questi problemi. Disagi sociali, emarginazione, perdita di centralità di scuola e famiglia nell’educare e formare sono tutti elementi che, insieme, concorrono a dipingere un quadro a tinte poco rassicuranti.
Agli eventi drammatici recenti, l’unica risposta dal governo è stata l’ennesimo decreto, l’invio di militari e l’istituzione di nuovi reati. L’esperienza di questi anni dimostra che questi provvedimenti estemporanei non hanno alcun effetto e finiscono per far perdere di vista il vero problema. Ferma restante la necessità di perseguire chi delinque, rompe e brucia, il problema di fondo è capire il perché di un disagio così diffuso. Giorgia Meloni si è trovata spiazzata di fronte a questi eventi che, sostanzialmente, interrompono bruscamente la narrazione idilliaca del Paese che va propugnando da 4 anni. “Va tutto bene e ciò che non va bene è colpa dei detrattori, dei giudici, dell’Europa, etc.”. Ciò che sta sfuggendo di mano non è solo l’ordine pubblico, che pure era uno dei cavalli di battaglia della Destra, ma la tenuta sociale di un Paese che vede nella precarietà il suo principale punto debole. Non una politica seria di riforma del lavoro, non una politica industriale atta a favorire investimenti e occupazione. Anzichè lottare contro la precarietà, questo governo ha preferito colpire i precari, attraverso la lotta al reddito di cittadinanza, l’abolizione di quei sussidi minimi che pure permettevano di attenuare il disagio. Il risultato è una protesta montante e roboante che rischia di travolgere tutto ciò che trova nel suo passaggio.
La scuola è in rivolta, la sanità soffre e fatica a garantire la tutela della salute, pure sancita dalla Costituzione, l’inflazione mangia i salari, la pressione fiscale è la più alta da 15 anni. Il governo più longevo della storia repubblicana è anche il più inconcludente. Le prossime elezioni – ammesso che il campo largo riesca a trovare una sintesi – non si vinceranno, come molti sostengono, al centro ma a sinistra. Per riportare a votare i disillusi c’è bisogno di forze che parlino di bisogni, di welfare, di garantire esigenze primarie come casa, formazione e salute.
Un modello di Paese proposto 4 anni fa è drammaticamente crollato sotto i colpi delle violenza nelle piazze, della disperazione usata come grimaldello di lotta sociale e di protesta. Continuare a dire, abbiamo garantito longevità al governo, ben lungi dall’essere un merito, finisce per trasformarsi in un’aggravante.
La Sinistra ha ora l’ennesima opportunità di divenire protagonista facendo sentire alta la propria voce in difesa di quelle fasce deboli e poco protette che vanno urlando la loro disperazione nelle piazze.
Massimo Conocchia














