Saggezza popolare opposta alla follia dei potenti

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Il popolo calabrese è stato, tradizionalmente, parco di parole, affidando, spesso, a detti popolari anonimi espressioni e concetti che sono frutto di esperienza di vita e insieme sintesi efficaci di filosofia. Di fronte alle brutture che stiamo vivendo negli ultimi anni, alcuni detti popolari calzano a pennello.

Di fronte a tentativi di pace effimeri, condotti senza reale intenzione, ad Acri si era soliti dire “ànu fatt’a pàci e di vespi”. Le vespe sono note per il loro moto agitato e caotico, per nulla somigliante a un processo pacifico.

La pace fatta dai potenti alle spalle dei più deboli, spesso imposta con la forza, viene definita con un’espressione ancora più efficace: “ànu fatt’a pàci ‘u cànu e llu dupu ma povara piecurella e tinta cràpa”.

La bellezza di questo detto traspare dall’immagine della “povera pecorella e della misera capra”, anelli deboli ed esposti di un folle ingranaggio, che spesso li sacrifica sull’altare dell’avidità e degli interessi frazionali dei potenti.

La pace imposta dall’alleanza dei più forti, simboleggiati dal cane e dal lupo, avviene sempre a spese dei più deboli, la pecora e la capra. Pensiamo a cosa sta succedendo in Palestina e a come l’alleanza tra il presidente americano e il I ministro israeliano abbia imposto la cristallizzazione di una situazione drammatica con un intero popolo distrutto, annientato e costretto a vivere tra cumuli di macerie, in mezzo a fame e soprusi di ogni genere. Non infrequentemente, però, succede che il potente tenda a sottovalutare l’avversario che, se meno forte sul piano tattico e di armamenti, appare in grado di opporre una resistenza infinita, con vari meccanismi, tendenti a logorare l’invasore.

E’ successo in tempi più o meno recenti in Vietnam, in Afganistan e nelle guerre del Golfo degli anni Novanta.

Anche qui la saggezza popolare ci viene in aiuto con detti di una bellezza unica: “a liettu c’ ‘u duormi, ti pàra vammàcia”. Tradotto letteralmente sarebbe: nel letto in cui non hai mai dormito, ti sembra sia morbido; è solo dopo averlo sperimentato che si rischia, spesso, di verificarne i difetti, quanto possa essere tutt’altro che morbido. 

E, dulcis in fundo, il popolo suggeriva di trattare nemici e avversari a noi vicini non con la durezza ma cercando di rabbonirli, smussando gli angoli e evitando le occasioni di contrasto, perché c’è sempre da perdere. “alla màda vicina, ‘a pitta cchiù ranna”. In altre parole, sarebbe un suicidio affrontare a muso duro chi, più o meno vicino, sarebbe nelle condizioni di nuocerci o rendere la vita più dura.

Cercare un atteggiamento conciliante è tutt’altro che deleterio, anzi serve a garantirsi un futuro migliore. Peccato che la saggezza popolare nulla possa contro stupidità, arroganza e follia. Come sempre, a pagarne le spese saranno i più deboli ma fomentare odio e distruzione non ci sembra l’atteggiamento migliore per una convivenza pacifica. 

In ultimo, una detto che appare un consiglio spassionato a chi già si trova in una situazione paradossale, con l’invito a non incrementare ulteriormente le criticità: “cudu struttu ‘u’nnci vo’ cacarella”. E ci pare che non ci sia bisogno di ulteriori esplicazioni. 

Massimo Conocchia

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