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A PROPOSITO DELLO STABILIMENTO DI MONGIANA

Nel corso della presentazione di un libro si scatenò un bagarre sullo stabilimento di Mongiana.

Si sostenne qualcosa di insostenibile, dandogli un fondamento storico.

Non vogliamo entrare in quella disputa, ma, chi vuole può trarre le sue conseguenze da quanto si riporterà.

I “conquistatori piemontesi” avevano in mente – cosa che fecero – di far sparire industrie e manifatture dai territori uccupati. Bisogna dire che vi riuscirono benissimo, condannando le popolazioni meridionali nella miseria, dalla quale, ancor oggi, non riesceono a uscire.

Una industria fiorente era quella della lavorazione del ferro della Mongiana, che esportava, perfino, le rotaie commissionate delle costruenti ferrovie in Russia. Fermiamoci qui e cediamo al deputato D’Ayala che così presenta quella realtà, nella seduta della Camera dei Deputati del 7 dicembre 1872:

«Signori, vi sono enti, sì individui che morali, ai quali la fortuna fa guerra. Tra questi ultimi è da noverarsi la povera Mongiana, un dì fiorente di cui appunto è argomento nell’articolo 82 del disegno ministeriale, ridotto al capitolo 86 della Commissione.

Io spero questa volta di trovare maggior benignità nel ministro delle finanze, tanto più che mi terrò a proporre un semplicissimo ordine del giorno; e tanto ho più fede quantoché egli appunto ha principale gloria dai suoi dotti lavori come ingegnere delle miniere. E, se fossi viemmeglio aiutato dall’altro ministro, il quale porta il titolo nonché di agricoltura e commercio, ma di ministro delle industrie sarei più sicuro di riuscire.

Tutti ripetono che oramai le economie, anche infino all’osso, non possono essere che pannicelli caldi e che le tasse anche somministrate coll’arsenicato di chinino, secondo l’espressione dell’onorevole ministro, non arrivano a soddisfare tutti i bisogni urgentissimi di una nazione che sorge, la quale ha il diritto e il dovere di farsi rispettare, senza la burbanza di farsi temere.

Ora se noi non possiamo rivolgerci né alle economie né alle tasse, ripetono tutti gli economisti, che non abbiamo altra via che di fecondare le sorgenti della ricchezza. E qual maggiore sorgente di ricchezza che il ferro, che tutti convengono essere anche più prezioso dell’oro pel suo uso così universale?

Ebbene questa Mongiana, la quale nacque nel 1771 ed ha per ciò un secolo e più di vita, prosperò fino dai tempi dei minaiuoli fatti venire appositamente dalla Sassonia, e prosperò fino al 1860, sempre più avanzando, tanto per la produzione della materia prima, quanto per tutte le svariate officine che a mano a mano anche andarono perfezionandosi. Nel 1862 cessò di essere la Mongiana sotto la mano del Ministero della guerra e passò in quella delle finanze, il quale da dieci anni crede di poter trovare una società che trasformasse quello stabilimento governativo in un altro di natura diversa, diretto da privati cittadini. Ma si troverà mai questa società concessionaria, quando voi avete ridotto in quello squallore uno stabilimento, che aveva bella fama e che certamente ha dato buonissime opere durante il suo secolo di vita?».

Le accuse sono precise. Il nuovo Stato aveva ridotto una larva un’industria fiorente!

Chi voleva che si riducesse uno stabilimento fiorente in un dissesto totale? Ricordiamo, a chi non volesse intenderlo, che personaggi conniventi, dovevano favorire il sorgere e potenziare l’Ansaldo e Mongana era un grosso ostacolo.

Ma sentiamo come argomenta D’Ayala: «E che questi ottimi risultamenti li abbia dati (ndr lo stabiimento di Mongiana), basta por mente alla marineria, cui abbiamo dato e gomene ed ancore e caronate ed altri mille istromenti. Frugate gli archivi della guerra e del commercio in generale; è rammentato finalmente che i bei lavori di Mongiana ottennero anche medaglie alla mostra di Firenze e a quella di Londra.

Le obbiezioni che si lanciano contro questo stabilimento siderurgico quali sono? Sono che la Mongiana, come aforismo generale non può essere amministrata dallo Stato, che è cattivo produttore, che è cattivo fabbricante, che è pessimo industriante ed operaio. Ma questa massima non può essere sempre applicata, né ovunque e voi medesimi non l’applicate; perché voi avete e la fonderia di Torino e la fonderia di Napoli, che non date all’industria privata. Voi avete la fabbrica d’armi di Valdocco e la fabbrica d’armi di Brescia e quella di Torre Annunziata, voi avete la polveriera di Fossano e la polveriera di Scafati; voi fate sorgere altra fabbrica a Terni forse, e una fonderia a Venezia; voi avete mille industrie, che potreste egualmente dare all’industria privata».

L’oratore non si limita a questa denuncia, che nessuno avrà il coraggio e la forza di controbattere, tanto che continua, fra il silenzio generale:

«Ma lasciando da parte questa principale obbiezione, veniamo alle altre che si sono sempre malamente ripetute, vale a dire che la Mongiana dia i suoi lavori a caro prezzo, che faccia i suoi trasporti caramente, o da ultimo che i prodotti non sieno perfetti!

Io in verità non vorrei troppo fermarmi su queste obbiezioni che potrebbero sapere d’amari pretesti, perché certe volte possono essere figlie di gelosia e di predilezione, non mai per parte del ministro, senza dubbio, ma certamente per effetto di giudizi esagerati. Comunque sia facciamo almeno uno studio, concedete ciò almeno a quella gente sventurata, che vi ha cento volte supplicato e vive nella più dura miseria, poiché non è solamente la Mongiana che vive di queste antiche arti minerarie, ma sono e il comune di Serra San Bruno, e il comune di Fabrizia, e il comune di Bivongi, e il comune di Stilo, e posso anche dire il comune del Pizzo, dove era appunto il deposito per gli imbarchi. Io certamente non vorrei poeticamente invocare una certa riverenza e amore per Stilo, patria di Tommaso Campanella, che stette 28 anni in carcere e morì in un convento di Parigi. Io non invocherò la tomba, che rimane ancora inonorata di un re generoso e prode, il Baiardo della Francia e non condannato a morte dal furore del popolo, sì condannato da un altro re, che non era certamente né prode né generoso, come quello, ma un re codardo ed iniquo».

Stoccata, questa, certamente non capita.

«Io dunque in nome di questa storia, in nome della pietà che devono certamente destare tanti poveri comuni, per i quali di certo anche il pensiero del ministro dell’interno deve essere agitato, per tutte queste ragioni, io vorrei almeno che quelle disgraziate popolazioni vedessero se non altro l’amore, la sollecitudine che porta questa Camera dei deputati per tutto quello che possa essere ricchezza nazionale».

Così andavano le cose e così si distrussero le poche industrie calabresi affossandole, per non farle più risorgere.

Giuseppe Abbruzzo

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3 Risposte

  1. Franca Azzarelli ha detto:

    Caro Professore Abbruzzo, di fronte a un documento così chiaro, quale risulta essere il discorso del deputato D’Ayala riportato da lei, la tesi che Mongiana moriva perché la neonata fabbrica Ansaldo spiccasse il volo si rafforza, insieme a tante altre tesi, quale quella, per esempio, secondo la quale la Questione Meridionale si sia rivelata figlia legittima della politica di Casa Savoia e dei primi Governi del Regno d’italia. Chi scrive non è sicuramente una pericolosa filoborbonica, tutt’altro, ma una convinta assertrice che, purtroppo, le bugie dei vincitori sono diventare Storia!
    Continuo a ringraziarla, chiarissimo Professore Abbruzzo, perché riesce, tra le altre cose, a chiarire e a legittimare il mio pensiero.

    • Giuseppe ha detto:

      Gentile prof.ssa Azzarelli, la ringrazio per l’attenzione che mostra per i miei interventi, tendenti a chiarire aspetti storici e di varia umanità

  2. Giuseppe ha detto:

    Gentile prof.ssa Azzarelli, la ringrazio per l’attenzione che mostra per i miei interventi, tendenti a chiarire aspetti storici e di varia umanità

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