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I Mille sbarcarono a Marsala per “l’anima dannata di un calabrese”

Tanti si saranno posti la domanda: – Perché i Mille sbarcarono a Marsala e non altrove? -. Abbiamo rintracciato la lettera di un protagonista della Spedizione, il calabrese Luigi Miceli. Di lui ci siamo occupati anni fa, perché unico deputato dall’Unità d’Italia, in poi a rinunciare allo “stipendio”. La lettera, rimasta inedita fino al 1910 e datata febbraio 1899, è indirizzata a Elisa, figlia di Gabrio Camozzi, che, forse, pensava all’allestimento del Museo Risorgimentale Dalminese, inaugurato l’8.9.1912.

Alla notizia dell’insurrezione del 4 aprile 1860, in Palermo, vi si legge, si spedirono messi a Garibaldi. “Si tennero frequenti riunioni di emigrati, si creò un Comitato di Siciliani e Napoletani che spiegò la massima attività spedire emissari in Sicilia ed a Napoli per conoscere l’andamento della rivoluzione e preparare impedimenti al Borbone. Io apparteneva a quel Comitato ed avea le notizie ufficiali sulla insurrezione da Angelo Scura telegrafista governativo, che nell’ufficio di Genova leggeva i telegrammi che il marchese D’Aste ammiraglio sardo spediva al Governo di Torino”.

Continua Miceli riguardo alle notizie “sulle imponenti e continue dimostrazioni” di Palermo.

“Ma dopo circa venti giorni – precisa – giunse a Genova un telegramma dell’ammiraglio, nel quale annunziava la disfatta degli insorti a Carini e prediceva la prossima caduta della rivoluzione”.

Il telegramma è inviato a Garibaldi a villa Spinola, “per mezzo di Francesco Sprovieri, ufficiale dei Cacciatori delle Alpi, ferito nel 1859 a Laveno, ed intimo del Generale. Quale fu il mio stupore all’annunzio che mi fece Sprovieri della tristissima impressione recata al Generale da quel telegramma!”.

Il giorno successivo Miceli, chiamato a villa Spinola, “ebbi a pentirmi – scrive – di aver comunicato quel telegramma, vedendo il Generale trasportato dallo sdegno, perché il Governo aveva sequestrato danaro ed armi del Milione dei fucili, appartenenti personalmente a lui, ed udendolo esclamare: «Che cosa faremo se ci manca il danaro per vivere tre giorni, se ci presentiamo inermi alle popolazioni che reclamano armi?». Poi mi raccomandò di dimenticare le sue parole di non confidare a chicchessia il contenuto del telegramma e mi licenziò passeggiando costernato per la stanza”.

Il giorno seguente, ci informa lo scrivente, Garibaldi dichiarò al sig. Fouchet, emigrato veneto, che gli aveva assicurato due vapori della Società Rubattino, “di non darsi più pensiero dei vapori, e lo pregò invece di procurargli subito il mezzo onde partire per Caprera”.

Fouchet, entusiasta e convinto dell’utilità della spedizione già stabilita, andò da Bertani per dargli il triste annunzio. Quest’ultimo con Bixio e Crispi “volarono a villa Spinola ed indussero, con lieve sforzo, il Generale a desistere da un proposito inspirato dallo sdegno. In quei giorni si ebbe l’offerta dei milli vecchi fucili da parte della Società Nazionale, presieduta dal marchese Giorgio Pallavicino e furono consegnate al Generale quarantaseimila lire dalla signora Adelaide Cairoli, che accompagnò a Genova i figli Benedetto ed Enrico, per far parte della spedizione”.

Si stabilì la partenza per la sera del cinque maggio. “I volontari erano pronti all’invito di recarsi a villa Spinola, per imbarcarsi quando, verso il mezzogiorno del 5 maggio, si presenta a me nella piazza Carlo Felice Angelo Scura, l’ardito telegrafista (figlio di un rispettabile emigrato Procuratore generale destituito dal Borbone e che poi fu ministro di giustizia sotto la Dittatura in Napoli) che mi consegnò la copia di un telegramma, allora giunto, spedito a Torino dall’ammiraglio D’Aste”. Vi si annunciava che l’ordine pubblico era ripristinato in Palermo e dintorni “che erano state aperte al commercio le porte della città”, insomma la rivolta era finita “e che forse qualche avanzo di esse si tenea fermo nelle montagne presso Marsala. Non sono sicuro se il telegramma dicesse le bande distrutte o sconfitte”.

“È indescrivibile l’orgasmo che m’invase – prosegue Miceli -, pensando all’effetto recato sull’animo del Generale dall’altro telegramma tanto meno sconfortante dell’ultimo. Non esitai a risolvere di non comunicarlo né a Garibaldi, né ad altri, e pensai che io, partendo la sera per la Sicilia, potea star sicuro nella coscienza, tenendo assoluto segreto sul telegramma finacché i vapori che dovevano portare la fortuna d’Italia, non fossero in alto mare, e tanto lontani da Genova da rendere impossibile il retrocedere. In quel momento incontrai Francesco Stocco ed altri due compagni calabresi, pronti alla partenza, e confidai loro il segreto dopo di aver ottenuto la loro parola d’onore di serbare il silenzio, qualunque fosse la loro risoluzione. Quei gagliardi fecero plauso alla mia risoluzione di non comunicare il telegramma al Generale, e confermarono il proposito di partire per dove la sorte ci chiamava. Stocco, nominato uno dei capitani dei Mille, mantenne gelosamente la promessa, e chiamato ad imbarcarsi sul Piemonte, non rivelò il segreto se non dopoché i vapori aveano corso per qualche miglio. Si discusse dal Generale e dai capitani sul punto di sbarco; ma Garibaldi ricordò il telegramma D’Aste e stabili di sbarcare a Marsala”.

In un primo tempo si pensava di fare tappa a Cagliari, “ma Marsala la vinse e Garibaldi si affidò al destino che ci sorrideva”. Come noto i vapori si fermarono nelle acque di Talamone, “dove si sperava di trovare armi e munizioni, che realmente si ebbero in piccola quantità dal comandante del vecchio Castello”.

“Appena sbarcati – ci informa Miceli – Garibaldi venne da me mi tirò in disparte e mi rivolse queste precise parole: «Ricordate bene, Miceli, i veri termini del telegramma riferitomi da Stocco?». Io glieli ripetei, egli si annuvolò nel viso, e soggiunse: Avete confidato il telegramma agli amici? Io gli risposi di averlo confidato a quattro compagni, che sentivano la necessità di serbare il silenzio, ed egli disse «Con questi giovinotti (additando i volontari che passavano allegri e fieri) si andrebbe anche all’inferno, ma vi prego di dire agli amici di tacere, perché è buono che si creda che non è tutto finito in Sicilia». Io lo rassicurai e volli chiedergli scusa, per aver nascosto in Genova il telegramma anche a lui nostro capo e nostra principale speranza. Egli mi strinse fortemente la mano e disse: «Ci voleva l’anima dannata di un Calabrese per fare questa bella azione» e mi lasciò.

Nino Bixio impaziente di andare in Sicilia mi ringraziò esaltato. Non esitò a dirmi che il mio silenzio aveva assicurato l’impresa. Mi ripeté questo suo giudizio in Sicilia, a Torino, a Firenze, perché Garibaldi, senza armi e senza danaro, sentiva tutte le responsabilità dell’audacissima spedizione, e se non gli fosse stata additata Marsala, dove sperava di trovare una mano d’insorti, probabilmente sarebbe andato a Cagliari, per avere gli aiuti che poi si limitò a cercare a Talamone; ed ormai è notorio che il prefetto di Cagliari aveva ricevuto dal Govervo, l’ordine di fermare i due vapori. Non so se Bixio s’ingannasse in questo suo giudizio; ma io lo ricordo con la più viva compiacenza, perché è la più cara memoria della mia vita lo avere così contribuito ad un avvenimento che meraviglia il mondo intero; che fu seguito da splendide vittorie e dal conseguimento della Unità della nostra Patria”.

Giuseppe Abbruzzo

 Il calabrese Miceli, per essere tale, però, non è citato per tutto questo e perfino i corregionali lo ignorano.

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