Piazza dei frutti

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“Piazza dei frutti” di un tempo: molto più che un mercato ortofrutticolo.

Descrivere cosa fosse, un tempo, Piazza dei frutti (anche nota come
Piazza Marconi) non è cosa semplice. Era, in una parola, il centro
nevralgico della vita paesana di tutti i giorni. In un mondo in cui la
globalizzazione ci ha imposto centri commerciali aperti tutti i
giorni, 24 ore su 24, e discount, il volto di quell’affascinante
mercato è profondamente cambiato e la poesia ha lasciato il posto alle
più fredde leggi del puro mercato e della compravendita amorfa.

“’A chiazza ‘e di frutti” – o più semplicemente “’A chiazza” – era il
cuore pulsante di Acri, un momento di socializzazione dove si
incontravano persone di tutti i ceti sociali, dai contadini, che
giungevano all’alba con gli asini per disporre la loro merce, alle
massaie indaffarate in acquisti e chiacchiere, all’operaio, i cui
magri proventi imponevano continue contrattazioni sul prezzo, al
borghese, che, invece, acquistava senza tanti discorsi ed era, per
questo, malvisto dai ceti più poveri perché la sua scarsa
disponibilità alla contrattazione faceva lievitare i prezzi.

Una canzone di Fausto Liguori, così recita: …Di padazzini (ndt:
Palazzine dell’Enel, dove abitava una parte del ceto impiegatizio, con
entrate stabili e più che dignitose) veni la signura, ccu’ lu
portafogli priparàti; d’’affrittu paisànu s’abbicina ma ‘a gallina e
‘mmani l’’e’ vudàta…”. “’A chiazza” era, in definitiva, il riflesso
di un paese in tutti i suoi risvolti: ognuno trovava, alla fine,
qualcosa per i propri gusti e, soprattutto per le proprie tasche. Chi
non poteva permettersi le primizie appena giunte, aspettava l’ora di
chiusura, quando i contadini, pur di non riportarsi indietro merce
evidentemente deperibile, erano disposti a darla via a metà del prezzo
originario e, spesso, anche meno. L’acquirente rinunciava, ovviamente,
alla possibilità di scelta, accontentandosi di ciò che era rimasto. Ma
la piazza dei frutti era tant’altro: era un momento di incontro e
socializzazione, era il luogo dove avere un rapporto diretto e non
mediato con i piccoli produttori, con la possibilità di acquistare
prodotti genuini e locali. La mancanza di intermediari e l’assenza di
costi di trasporto e imballaggio facevano si che i prezzi fossero
bassi. Troppe cose sono oggi cambiate: la gente, i prodotti, il modo
di vivere, il contesto ambientale e tant’altro. La piazza dei frutti,
col suo vociare, il suo cuore pulsante e specchio di una realtà
economicamente attiva, anche se prevalentemente agricola, rivive,
nella sua dimensione originaria, solo in qualche foto sbiadita, a
testimonianza di un tempo andato, e di un modello esistenziale,
sicuramente più parco ed essenziale, ma basato su rapporti umani, oggi
rarefatti e sostituiti da fredde dinamiche di mercato, che ci inducono
– complici la canizie e l’avanzare dell’età – a essere nostalgici di
quel mondo arcaico.
Massimo Conocchia

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