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75° della Resistenza: il nostro modo di “esserci”, comunque

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Un 25 Aprile atipico quello che ricorre quest’anno e per varie ragioni. La prima è legata all’emergenza che ci troviamo a vivere, che ci obbliga a stare chiusi e ci impedisce di manifestare. Mai, a  nostra memoria, questa ricorrenza era passata così mestamente. Chi scrive, pur essendo nato vent’anni dopo la Liberazione, è stato testimone di grandi celebrazioni, i cui interpreti erano gli stessi attori di quella vicenda. Ricordo i camion gremiti di gente che veniva dalle frazioni con tanto di bandiere rosse e canti al seguito. Negli anni ’70 ricordo un uomo – che, non a caso, ha voluto che sulla sua tomba comparisse la scritta “Compagno” – che piangeva nell’ascoltare “Bella Ciao”. Era il 1979 e decidemmo di avvicinarlo mentre, commosso e col pugno alzato, ascoltava le note della canzone. “Perché piangi?”. Non rispose in quel momento, preso com’era dalla rievocazione e dalla solennità della situazione. A fine manifestazione si avvicinò e disse: “se non si è stati su quei monti, non si può capire”. Ma il mio ricordo più toccante del 25 aprile si riferisce al “compagno” A.O., costretto per una patologia invalidante su una carrozzina. Non potendo uscire per prendere parte alla manifestazione, si metteva sul terrazzo della sua abitazione con il tricolore in mano e pregava i dirigenti del P.C.I. di allora di orientare uno degli altoparlanti in direzione della sua casa (non distante da Piazza Annunziata), in modo da non perdersi il comizio. Il corso successivo degli eventi è stato convulso: quella generazione non è più e con loro è scomparso anche buona parte di quell’entusiasmo. Il crollo delle ideologie ha avuto come effetto collaterale un affievolimento della portata del 25 Aprile. Le nuove generazioni, private di quegli esempi e spinte da un Paese che insegue falsi miti e pseudo-eroi, hanno finito per ritrovarsi orfani di quei valori, che sono stati il fondamento stesso della nostra libertà. Compito nostro, di figli e nipoti di quegli interpreti, è onorare la memoria di quei morti celebrando “ora e sempre” la Resistenza e la Liberazione.  Senza retorica, senza miti, semplicemente facendo capire ai nostri ragazzi che ciò di cui oggi godono non è piovuto dal cielo ma è il risultato di lotte di giovani come loro, che non hanno esitato a rischiare le loro vite per un futuro migliore. La condizione emergenziale presente ci deve mettere ancora di più di fronte all’esigenza di riaffermare le nostre idee, quelle stesse che dovranno continuare a far parte del patrimonio di tutti.  Recuperare i valori della Resistenza significa anche ripensare al futuro basandolo sui principi di sussidiarietà e di solidarietà che trovano nel 25 Aprile, ancora oggi, la loro spinta propulsiva. Personalmente, col rischio di scandalizzare qualcuno, riteniamo che la Resistenza sia stata meglio raccontata dagli scrittori che dagli storici. Nelle pagine di letteratura sul tema si ritrovano, pulsanti, autentici, quei sentimenti e quelle tensioni ideali che hanno spinto tanti giovani a rischiare la vita. Tre libri ci sentiamo di consigliare ai più giovani per meglio comprendere la Resistenza e la Liberazione:

– Beppe Fenoglio, “Una questione privata”, libro che racconta senza moralismi o mitizzazioni il dramma di quegli anni e le tensioni che li animarono;

– Italo Calvino: “Il sentiero dei nidi di ragno”;

– Renata Viganò: “L’Agnese va a morire”.

Per meglio comprendere, per non dimenticare.     

Massimo Conocchia .

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