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La Chinea dei Borbone

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Chi studia la Letteratura italiana e precisamente La secchia rapita di Alessandro Tassoni (edita in Parigi il 1622) s’imbatte nei seguenti versi:

Pallade sdegnosetta e fiera in volto,

venia su una chinea di Bisignano.

Gli studenti trovano annotato che si tratta di un cavallo bianco. Altri dicono una mula di detto colore. Va precisato che i Principi Sanseverino avevano, in Bisignano, un notevole allevamento di cavalli di razze diverse. A noi, però, interessa la chinea, intesa come si dirà di seguito.

Nella vigilia di S. Pietro il re delle Due Sicilie era uso donare al papa un annuo censo di 7.000 ducati d’oro e la chinèa: cavalla bianca. La presentazione era fatta dal gran Contestabile del regno, il principe Colonna. Il papa pretendeva quanto suddetto come censo di diritto sul regno suddetto.

Nel 1776 si accese disputa fra i familiari del governatore di Roma e quelli del ministro spagnolo, in fatto di precedenza, nel presentare i loro omaggi. Tanucci, ministro di Ferdinando IV, colse il destro per liberare il regno del tributo. Spinse il re a scrivere al suo ministro in Roma che gli dispiacevano gli “scandali” riportati e che un atto di devozione, qual era la chinea poteva divenire momento di “scandalo e disgusto”. Precisava, perciò, che l’atto di devozione verso i Santi Apostoli, da quel momento in poi si sarebbe limitato solo all’offerta del danaro. Tale decisione doveva essere, perciò, presentata al papa.

Pio VI, papa del tempo, capì il vero significato della comunicazione e fece presente i diritti della Santa Sede. La disputa si protrasse per lungo tempo con botta e risposta fra le due parti.

Il papa, comunque, ricusò il censo perché, mancando la consegna della chinea, ossia della cavalla bianca, l’omaggio non era intero, essendo privo delle consuete solennità.

Sarebbe lungo riportare le argomentazioni e le contestazioni di una parte e dell’altra sulla questione, perciò chi volesse può ricercarle nelle varie pubblicazioni sull’argomento.

Riportiamo quanto si scriveva su Il giornale di Roma, nel 1854, per far noto che i Borbone rimasero fermi nelle loro convinzioni, a distanza di decenni. Vi si legge, anche che il Piemonte rifiutasse il canone dovuto e non mandasse, con l’obolo un consueto calice.

La Stampa sul n. 1 della I° annata (Genova, 6 luglio 1854) coglie l’occasione per ingraziarsi i Savoia e, tirando una frecciata a Pio IX, scrive:

“fra i debitori morosi v’ha nientemeno che la religiosissima corte di Napoli, la quale da oltre sessant’anni non presenta più la chinea ed i bei ducati d’oro che l’accompagnavano. Vero è che il papa protesta anche contro l’ospite di Gaeta (ndr ricordiamo che il papa, perseguitato da Napoleone era stato ospitato dal re delle Due Sicilie in questa città); ma siccome fra Pio IX e Ferdinando II non possono sussistere altri rapporti che quelli che corrono fra padre e figlio, così la protesta è lacerata appena letta, e il G[iornale] di Roma che tanto ingrossa la voce pel Piemonte, fa appena, con una frase fuggitiva una lontana allusione al renitente di Napoli.

Perciò, considerate le ragioni dell’atto, la doppia misura usata nell’esercizio di un preteso diritto, secondo che sta a fronte un governo dispotico o costituzionale, crediamo che il nostro governo forte, del voto del Parlamento, e del buon senso popolare, darà alla protesta la celebre risposta dei Veneziani: metela co le altre”.

Giuseppe Abbruzzo

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