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“Il sonno della ragione produce mostri”

In queste settimane è un pullulare di articoli sul disastro della sanità calabrese. Pochi, tuttavia, si sono addentrati in un’analisi critica delle cause e hanno esaminato acutamente il fenomeno. Fra questi c’è sicuramente Angelo Badolati, penna di riferimento nel giornalismo meridionale e segnatamente della Gazzetta del Sud. Badolati, proprio dalle  colonne del suo quotidiano, il 20 novembre scorso, ha fatto un’analisi acutissima dello stato degli ospedali in tutta la regione e di come una politica folle, cieca e incapace li abbia ridotti.

“I nosocomi rimasti di fatto inattivi – scrive Badolati -, destinati ad ospitare uffici, oppure diventati sede di poliambulatori sono decine e garantirebbero – se in funzione – accoglienza a centinaia di malati sia ordinari che colpiti dal virus”.

Il primo esempio che cita nel suo lungo elenco ci riguarda da vicino. “Un esempio? Il presidio di Acri, dotato nel 2018 di una risonanza magnetica e una Tac costate due milioni e mezzo di euro rimaste ad ammuffire tra le ragnatele mentre intere ali del nosocomio sono inutilizzate.”

Badolati prosegue sciorinando un lungo elenco di ospedali dismessi, spesso dotati di strumentazione nuova, rimasta il più delle volte incellophanata, mentre l’offerta di prestazioni si riduceva progressivamente. Allo scempio degli  ospedali della nostra provincia viene dedicato ampio spazio; alcuni casi gridano vendetta, come “ il presidio di San Marco Argentano (…), con un’aggravante: nel 2010 furono stanziati 8 milioni e mezzo per  rimetterlo in piedi ma nessuno li ha mai spesi (…). Uguale il destino del nosocomio di Trebisacce, riconvertito ad altre funzioni e invece per anni avamposto di soccorso e cura, con 80 posti letto, in un’area vasta e importante della Calabria settentrionale ionica. (…) Lungo la fascia tirrenica un altro scandaloso esempio di come siano stati dilapidati piccoli tesori della sanità pubblica è rappresentato dal nosocomio di Praia a Mare, una struttura efficiente e moderna ridimensionata a tal punto da spingere il sindaco, Antonio Pratticò, a fare ricorso al consiglio di stato per chiederne la riapertura. Un ricorso accolto dai giudici amministrativi ma rimasto inefficace. (…) A pochi chilometri sorge l’ospedale di Scalea, costruito e mai adoperato, se non in minima parte, diventato l’icona dello sperpero e della inettitudine. Nell’area albanese della Calabria svetta il presidio di Lungro, con decine di posti letto rimasti chiusi per effetto delle tristemente note riconversioni e, oggi, assolutamente sottoutilizzato.”

Badolati prosegue nella sua storia impetuosa, che racconta di una classe dirigente che, negli ultimi 10 anni soprattutto, si è macchiata di un crimine orrendo, un attentato alla salute e all’integrità fisica della propria gente. Una situazione surreale che ha spinto l’attuale dirigenza regionale a richiedere ospedali da campo per evitare che la gente muoia nei pronto soccorso o nelle ambulanze in attesa di un ricovero che non arriverà.

In questo scenario surreale, c’è stato qualche “genio” che ha osannato chi ha retto la regione dal 2010 al 2015 per avere quasi azzerato il deficit, poi prontamente rimpinguato negli anni successivi. Peccato che ci si dimentichi di dire che questo tentativo di rientro è stato fatto a colpi di scure, tagliando ospedali e servizi e costringendo ulteriormente i calabresi ad andarsi a curare fuori regione. Chi è venuto dopo, nonostante promesse e dichiarazioni fatte per continuare a ingannare le nostre comunità, ha dato il colpo di grazia alla sanità. Ci si potrebbe dilungare molto su nomine e pedine occupate con una logica perversa, nella quale professionalità e competenze sono diventate quasi criteri “ad escludendum”. L’augurio è che qualcuno prima o poi metta mano nella gestione politica trasversale dell’ultima decade, richiamando ciascuno alle proprie responsabilità e soprattutto impedendo che chi si è reso responsabile di questo scempio possa uscire dalla regione per curarsi ma sia costretto, in caso di necessità (che non auguriamo a nessuno), a servirsi di ciò che ha creato o, per meglio dire, distrutto.

Massimo Conocchia

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