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L’amaro caso di Incoronatella

Elsa aveva appena finito di fare la spesa quando le arrivò il messaggio del dottor Parma che le anticipava la seduta di agopuntura alle 10.30.

Madòsca! Che tarde che l’era!

Alùra, Elsa, sà sgagètt?

Doveva sbrigarsi. Corse a casa, appoggiò le buste, e si fiondò in posta per spedire il suo progetto di restauro del lucernario della villa alla contessa Emanuela Franzoni, che altezzosa e stravagante quale era aveva richiesto l’invio per posta e non per email.

Le donne, pensava, sono tutte strane, una più strana dell’altra. Piene di fisime, di sospetti, di abitudini tristi e malate. Con questa c’era poco da discutere e negoziare, ti piantava addosso i suoi magnifici occhi verdi e nel silenzio della grande sala da pranzo, in cui il silenzio era rotto solo dal rumore della caldaia, dettava le regole, rigirandosi continuamente la fede all’anulare.

In posta per fortuna trovò solo due persone davanti a lei: una ragazza a cui la parrucchiera aveva dimenticato di pettinare la testa biondo platino dopo i bigodini e un ciccione cuorcontento che trasudava felicità, girandosi ora a destra, ora a sinistra, con due buste gialle appoggiate strette sul cuore con l’aria di chi non aveva alcuna intenzione di spedirle, essendo venuto solo per studiare l’ufficio postale e sorridere agli sconosciuti in attesa.

Elsa sedette dietro al ciccione osservando che la sua amica Valentina non era di turno. La sostituiva Incoronatella, cinquantadue cinquantatré anni, in cardigan bianco di lana cotta, che sembrava non avesse alcuna voglia di stare allo sportello. Magra e pallida, si muoveva nervosamente come se fosse in preda alle palpitazioni, evitando lo sguardo degli interlocutori, incuriositi dai suoi orecchini a forma di risoni con una pietruzza centrale rossa, e da quell’infantile cerchietto in testa con tre fiocchetti bianchi cuciti uno accanto all’altro sul lato sinistro, omaggiati entrambi, forse, alla prima comunione.

Dopo il ciccione toccò ad Elsa che avrebbe voluto suggerire a Incoronatella di osare un bel taglio eretico, e infilarsi due cerchi d’argento al posto di quegli orecchini regalati da zia Giuffrida più di quaranta primavere fa.

Ma un’occhiata all’orologio la persuase a pagare, salutare, e avviarsi in via Barcella per non arrivare in ritardo alla seduta di agopuntura. Il buon Maurizio aveva scaldato bene la stanza e trovò assai gradevole languire sul lettino pancia in giù con tutti quegli aghi addosso. Il dottore aveva un profumo nuovo, fresco con una nota di bosco. Ma malgrado l’ambiente confortevole e il canto dei tordi che saltellavano dal un pino all’altro del giardino non riuscì a rilassarsi del tutto perché continuava a pensare all’amaro caso di Incoronatella, costretta a stare allo sportello, di malanimo, avendo ella un’indole particolarmente solitaria e una vita interiore disordinata, per la quale implorava spesso l’aiuto di Santa Rosalia affinché potesse darle un po’ di quiete.

Chissà cosa nascondevano quegli orecchini vintage e quel cerchietto.

Forse una condizione molto lontana dalla felicità. Un monolocale di quarantaquattro metri quadri senza balcone, un letto ad una piazza, un rubinetto del lavandino che perdeva, un calendario della Pasticceria Etnea con un dolce tipico siciliano per ogni mese dell’anno. Era aperto al mese di agosto, malgrado fosse marzo inoltrato, con una cassata in primo piano, decorata con delle colombine di cedro candito.

Ferie.

Vincoli di sangue.

Il cuore fermo altrove.

Elsa dopo la seduta di agopuntura si intrattenne un po’ nel giardino del dottore. Le piaceva quel posto, emanava energia positiva e a quell’ora con la rugiada che scintillava su ogni filo d’erba, saliva nell’aria un delizioso profumo di resina.

Si incamminò lungo viale Mellini. Davanti alla Biblioteca comunale incrociò l’avvocato Libretti, frettoloso ma cordiale che si allontanava verso il parcheggio. Si salutarono con un cenno del capo.  

I tigli avevano messo i primi teneri germogli. Un verde ancora timido e incerto. Lungo la Seriola la forsythia rallegrava di giallo entrambe le rive. Un padre ne approfittava per cercare di fotografare la figlioletta davanti agli arbusti. Bella e tonda. Rideva e cinguettava senza fermarsi.

L’era nà gnara dal’arzent vif!

Era impossibile fotografarla.  

Il signor Sputo, così Elsa chiamava quel matto che bestemmiava per strada contro tutti senza alcuna ragione, discuteva animosamente col Monumento del Milite ignoto. Inveiva in dialetto clarense con una foga straordinaria come se aspettasse risposte dall’opera scultorea del maestro Borsato, mentre Elsa si abbottonava il cardigan. Arietta un po’ fresca per i suoi gusti. Alzò gli occhi al cielo. Il tempo stava cambiando. Quando li riabbassò vide Incoronatella che sfrecciava in bici, eretta, regale, bianca nella luce piena del mezzogiorno. Non sembrava nemmeno lei. Era un’altra. Impaziente di andare, di trovare la strada, di salutare il venditore di miele sotto i portici di Piazza Zanardelli, impaziente soprattutto di girare il foglio del calendario al mese corrente. Il mese di marzo l’attendeva con una guantiera verde piena di Minne di virgini di Sambuca.

Aurora Luzzi

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