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Versi sfusi: il dono che ho centellinato.

Versi sfusi è apparso da tempo e, come al solito, ne scrivo con ritardo. Si potrà pensare, da parte di chi non mi conosce, che aspetti di leggere il pensiero d’altri, ma non è così. È pigrizia, forse. Di questi tempi mi assale anche questa.  La ragione vera, però, è altra.

Aspetto l’arrivo dell’ultima pubblicazione, in ordine di tempo, di Francesco Curto, Peppino, come lo chiamo amichevolmente, fin dalla sua infanzia. L’aspetto come si spera l’arrivo del bicchiere di vino sfuso, prodotto nell’ultima annata, per centellinarlo, insieme al produttore, in un linguaggio muto, fatto di sguardi, di gesti, di ammiccamenti. Nel caso dei versi di Peppino vale la riportata immagine: io devo centellinare i versi in un linguaggio muto fra me e lui, per una lettura intimistica, che nel centellinarla mi trasporti in un “mondo”, nel quale siamo vissuti e abbiamo amato in toto.

Il mio “centellinare” ricerca nei versi riferimenti a quel “mondo”: echi, aspirazioni, speranze, che, per vie diverse, ma parallele, ci dovevano portare a sgomitare, tra gente e sorti avverse, per dire e fare quel che ci dittava dentro.

Un esempio?

Il vento di Mucone foggia i miei pensieri

E se li porta via leggeri in un lamento

Ascolto il suo fruscio che bisbiglia

E nella confusione lo disperde

Bei versi. Chissà cosa diranno a chi li legge! Per noi è il ricordo di un dio che, come gli uomini, ha umori diversi e contrastanti, umori che ci ha trasmessi, dei quali ci ha permeato. Quel dio buono che, in pace dava. Dava con le trote, con la benefica e salutare acqua, dava e ridava vita a uomini e animali. Aveva, però, le sue ire e richiedeva agli uomini sacrifici umani: Muccunu / ugned annu ni vo’ unu; / Grati / ugne annu ‘na carrata (Moccone / ogni anno richiede il sacrificio di una vita umana; / Crati / ne esige ogni anno una carrata). Quell’ira era tremenda. La riconoscevamo al suo muggire terribile e correvamo sul colle della torre civica, per vederla e commentarla.

Il vento leggero o ruggente ci recava un lamento, che era nostro e di chi viveva insieme a noi; era un sussurro all’orecchio; era un verso d’amore che dettava al giovane innamorato. No tutto questo non era, insieme ad altro, un semplice rumore, ma era trasmissione di sentimenti, di storie, di echi che, alcuni, ma solo alcuni, avevano il potere di ricevere nel modo giusto.

La mia lettura, perciò, è un dialogo con Peppino, che appare tale, per non essere personalmente presente, ma non è muto.

Sono tentato di riportare tanto di questo dialogo, che, a volte, mi prende l’intimo e mi fa evocare tanto di luoghi, che ci parlavano; di persone che non erano solo abitanti di quel mondo, ma parte di noi. Gioie, dolori, aspirazioni ecc, ecc, erano loro, ma anche nostre. Così la mia mania del combattere soprusi, ingiustizie, di quanto costringeva e ci costringeva a sgomitare mi fa pensare a quanto e quanti mi davano manforte:

Abbiamo fallito le rivoluzioni

E le rivolte individuali sono finite

…………………………….

Sta intoccabile il POTERE nelle mani

Di chi fa i destini dei cristi senza diritti.

Ecco i motivi del ritardo. Li vuole questa lettura intima, questo dialogo dolce-amaro.

Per tutto questo non può mancare un amore essenziale, indissolubile che, Peppino sa bene quanto lo sia anche per me: il fascino, la necessità della lingua materna,

Ecco il ricordo e l’eco dei canti, che io raccoglievo in forma maniacale, affascinato dalla bellezza estrema dei sentimenti che vi si esternavano. I nostri convicini, a seconda dello stato d’animo cantavano nella lingua materna quei sentimenti. Plaudo, perciò, al ripetuto uso di quella lingua, che mi fa ritrovare quella eco. L’assaporo, continuo a centellinare e a tratti mi commuovo.

Il mio desiderio è quello di poter ricevere, per tanti anni a venire, questi doni da poter centellinare, ricordando e convincendomi, se ve ne fosse bisogno, che l’autore, il caro Peppino, non mi abbia dimenticato e che ricordi, anche, alcune delle mie farneticazioni, alle quali, con impegno, ha dato mano.

Giuseppe Abbruzzo

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