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Un incontro casuale con una “colta signora”

Un mio stretto congiunto colto da improvviso inconsueto ictus, in età ancora giovane, era stato ricoverato a Roma, nella Villa S. Anna, con la probabilità di doversi sottoporre a un delicato intervento chirurgico al cervello. Mi precipitai a Roma, con la rapidità che si poteva in quegli anni lontani. Conversai col congiunto, che mi sembrò rassegnato a quanto gli riserbava la sorte.

Conversavo con lui, ma non riuscivo a stare continuamente accanto a quel letto, anche perché avevo momenti di sconforto causato dall’incertezza e dal non certo esito del probabile intervento. Mi spostavo, perciò, in un salottino dove trovavo un ragazzino algerino colpito da male incurabile, per il quale il Presidente Pertini pagava la degenza.

Ero seduto da poco quando una infermiera, spingendo una sedia a rotelle, unì a noi una signora. A guardarla in volto lasciava trasparire una bellezza i cui tratti non erano stati deturpati dagli anni. Salutò.

A me, che parlavo col ragazzino, che, a tratti parlava nella sua lingua e fingeva di non capire l’italiano, disse: – Questo è un furbo (chiamandolo per nome) … Quando non gli garba di parlare in italiano dice di non capire… -.

Incominciammo a discutere. Le dissi il motivo per cui mi trovavo lì, anche perché la mia preoccupazione l’avevo stampata in volto.

La signora aveva tante riviste nella carrozzina e incominciammo a parlare di quanto intravedevo nei titoli di copertina. Lei era un’ottima conversatrice. Si esprimeva molto bene ed evidenziava una solida cultura. La conversazione toccò temi diversi. All’ora di pranzo il ragazzo e la signora si congedarono e quest’ultima mi chiese se ci fossimo rincontrati dopopranzo. Risposi di sì e che sarebbe stato così non sapevo per quanti giorni.

L’infermiera, che l‘aveva accompagnata e portata in camera, al cambio del turno, venne da me e disse: – La devo ringraziare… Lei ha fatto un miracolo! -. Lanciai uno sguardo interrogativo, perché non mi ritenevo capace di far miracoli.

I miracoli – diceva, a volte, il mio Maestro, il mio nonno materno – i miracoli li fanno i santi! -. Io non lo ero.

Quale miracolo? -, chiesi. E lei: – Lo sa chi è quella signora? -.

No! -. – È l’Elsa Morante … lei ha i guai suoi, ma a noi, che facciamo quest’attività e ci alterniamo nelle ventiquattrore, ci tratta malissimo… scarica le sue ire, prodotte dai suoi guai, su di noi… Non possiamo allontanarci un attimo che urla e inveisce in malo modo… Lei ha fatto un miracolo!… Mi ha dato la possibilità di stare in pace un po’ -.

Appena consumato il pasto la Signora Elsa venne nuovamente. Continuammo la conversazione. Rimasi più giorni e ogni volta, nel congedarci la Morante mi chiedeva cosa sapessi di nuovo sul mio congiunto e se ci fossimo rivisti.

Finalmente giunse l’esito degli esami: non bisognava operare. Ovviamente ne fui felice.

Quel giorno lo comunicai alla Morante e le dissi che sarei rimasto ancora un giorno e, poi, sarei partito.

– Sono felice per il suo parente, ma sono dispiaciuta, perché finiranno i nostri colloqui.

La salutai alla partenza.

L’infermiera mi disse che tanti, che riconoscevano la Morante le rivolgevano domande su di lei, su cose private e lei s’infastidiva e diveniva più scontrosa del solito.

Quel soggiorno glielo pagava Pertini, mentre Moravia, suo marito, non se ne voleva occupare.

Non capitai a Roma per tempo e, perciò, non potei andare a farle visita.

Alcuni anni dopo quell’incontro la mia interlocutrice finì i suoi giorni.

Giuseppe Abbruzzo

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