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La “mezza canna”: antica unità di misura e non solo …

In altre occasioni, nel corso delle nostra incessante opera per riportare alla luce usi, costumi e consuetudini del nostro passato, ci siamo imbattuti nelle unità di misura vigenti nel Regno delle Due Sicilie. Abbiamo avuto occasione di parlare del tomolo, unità di misura di capacità per gli aridi, il cui valore variava da zona in zona. Il barile era, invece, un’unità di misura per i liquidi.

Per quanto riguarda le unità di misura per le lunghezze, esisteva la canna e la mezza canna, che avevano, ad Acri, non solo un valore materiale ma anche simbolico, come cercheremo più appresso di argomentare.

L’enorme disparità tra le unità di misure nelle le varie realtà spinse i Borbone a uniformarle col regio decreto del 06 Aprile 1840, in base al quale le varie unità vennero rese omogenee per tutto il Regno, anche se alcune varianti sono sopravvissute. Un esempio è rappresentato dal tomolo, che il decreto citato uniformava al valore di Lt 55,5541 ma che ad Acri è rimasto, anche nel Novecento, equivalente a circa 70 Kg. Il tomolo di Acri era differente da quelli dei paesi viciniori. In piazza San Domenico è ben visibile il “Menzullo”, che corrispondeva a  mezzo tomolo.

Ritornando alla canna, essa corrispondeva a circa 10 palmi, adottando, per convenzione, la lunghezza del palmo a circa 26 cm, per cui una canna corrispondeva a circa 2.6 mt. La mezza canna, più diffusa, corrispondeva a circa la metà. Acri si distingueva anche in questo, per cui da noi la canna corrispondeva a 2.10 mt, quindi mezza canna era 1 metro e 5 cm. Per effetto del decreto citato, in ogni realtà doveva essere presente una “mezza canna” murata in un luogo facilmente accessibile, in modo da permettere a chiunque di verificare la corrispondenza del valore pagato con quello consegnato. La cosa assume ancora più importanza se si tiene conto del gran numero di analfabeti, che, con la misura pubblica, potevano facilmente verificare la correttezza dell’acquisto.

La mezza canna e il punteruolo rivestivano, però, dalle nostre parti, anche un valore simbolico. Quando si voleva mandare un messaggio a qualcuno, che si riteneva avesse superato il limite, sopravalutandosi e ritenendosi superiore a quello che era il suo stato e le sue possibilità, gli si lasciava davanti all’uscio la “mezza canna”. Un messaggio diretto che conteneva l’invito a riprendersi le misure e riconsiderarsi nelle giuste dimensioni.

Una variante della pratica citata era rappresentata dall’utilizzo del punteruolo, che era uno strumento di legno che culminava con un chiodo appuntito, la cui lunghezza corrispondeva a circa 35 cm. Per il messaggio di cui si è detto, si lasciava davanti alla porta del destinatario un punteruolo e una forbice, che era un chiaro invito a rimisurarsi e spuntare con la forbice l’eccesso in termini di considerazione.

Il testo di una vecchia serenata, cosiddetta a sfregio, cioè con un messaggio denigratorio, così concludeva: “…mo trovati ‘nu buonu puntaruodu che ti sapissa buonu misuràri; ‘ssa mezza canna chi teniti vua, dici ch’è giusta ma ‘un si trova mài” (anonimo popolare).

Usi, costumi, modi di fare, di essere e di pensare che oggi potrebbero apparire futili ma che, in realtà, contribuiscono a rivalutare e rendere giustizia a un popolo, sostanzialmente parco di parole ma pieno di dignità, che  esprimeva con parsimonia e senza ostentazione. Anche ai giorni nostri, qualche “mezza canna” o punteruolo  lasciati davanti all’uscio di qualcuno potrebbero trovare una loro cogenza.

Massimo Conocchia

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