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Piccole cose della domenica

Con una tazzina di caffè bollente in mano, Chiara si avvicinò alla finestra per vedere che tempo facesse.

Il cielo era pieno di nuvole grigie in rapido movimento fra la Torre civica e i tetti rossi del centro storico, luccicanti di pioggia. La bandiera col tricolore, issata alla finestra del Comune sventolava. Due colombi sotto gli archetti fuligginosi della chiesa di San Biagio meditavano se alzarsi in volo. Il signor Umberto aveva appena parcheggiato l’Audi A6 blu elettrico davanti alla sua proprietà.

Dopo essere sceso dall’auto si avvicinò, mani in tasca, come ogni domenica, al cancello arrugginito scrutando quel posto con aria riflessiva. Chissà che progetti andava ruminando mentre osservava quel cimitero di piccole cose, pacchetti di sigarette, fogli svolazzanti di giornali, una scarpa vecchia piena d’acqua. Voltandosi la salutò con il capo. Era sempre gentile. Forse la persona più gentile che lei avesse incontrato in tutti quegli anni, da quando era venuta ad abitare in quella cascina fuori città. Alla fine del vialetto il vento investì il signor Umberto e gli aprì l’impermeabile color avorio, lui fece una smorfia e si abbottonò, quindi si allontanò spedito lungo via Gramsci per andare alla messa, annunciata dai rintocchi solenni della campana. Con ogni cielo di Lombardia portava il suo corpo a messa, non ne mancava una. La moglie al contrario non veniva spesso, anzi lo accompagnava solo d’estate. Probabile che soffrisse il freddo. Quella chiesa era davvero gelida malgrado nei lavori di restauro avessero installato anche un paio di termosifoni che però Don Carmelo, tirchio come era, si guardava bene dall’accendere. Li accendeva solo quando veniva a dire messa il vescovo. Gli altri potevano buscarsi la bronchitella ma il vescovo sia mai.  

Tel chì la Chiara…” le bisbigliava stropicciandosi le mani, quando la vedeva raggomitolarsi nel piumino, “non avrai mica freddo?”

Ghò minga frègg, tè un spilorc, câg né mia.”

Allontanandosi dalla finestra si sorprese a pensare al signor Umberto. Chissà come giudicava le farneticazioni di Radio Maria, chissà se era uno che prendeva posizione o passava la vita nel dubbio. Probabilmente era l’uomo del dubbio altrimenti in diciotto anni avrebbe trasformato quel budello di mattoni e cemento in una casa vera e propria o in un negozio di scarpe, più bello di quello che c’era prima. Invece la sua proprietà era andata in rovina diventando il regno della gramigna, nel quale tuttavia ogni anno fiorivano le violaciocche piantate vent’anni prima dalla signora Anna.

Guardò le lancette della pendola, erano quasi le undici. Lasa perd l’Umbert, si disse, disciulat, preparat.

Si infilò la tuta. La prima libertà della domenica. Niente vestiti eleganti. E niente trucco, seconda libertà della domenica. Riordinò lo studiolo e montò la lampada di sale che le aveva regalato il fratello Sergio per il compleanno. Stava proprio bene sulla scrivania, l’accese per vedere che effetto facesse. Proiettava una bella luce calda, quasi albicocca. Un regalo attento e non artigliato al volo fra la spesa al supermercato e le camicie da ritirare in lavanderia, come fanno molti uomini. Suo fratello era un tipo in gamba, sensibile, intelligente e cucinava alla perfezione, proprio come la madre Carmen. Prese il vaso per cambiare l’acqua ai fiori. Mentre scartava le fresie appassite, ripensò al sabato appena trascorso. Era stato proprio un bel sabato. Se si fosse specchiata avrebbe visto il suo viso imporporarsi per l’emozione del ricordo della cena a casa di Marco.  

Al ricordo di quei piccoli gesti d’amore, di quelle carezze, di quell’abbraccio mattutino si sentì rinascere lì accanto al lavello, col rubinetto aperto e le mani piene di fiori. Una slavina di sensazioni nuove ed eccitanti. Gli occhi si illuminarono di tenerezza e allegria. Ora capiva finalmente con assoluta evidenza il senso del loro rapporto: quel non bastarsi mai che non era solo voglia del corpo dell’altro ma desiderio di condividere tutto il tempo, il tempo dei pensieri, delle sciocchezze, delle passeggiate in silenzio, il tempo nuovo del passo assieme.

Lei e Marco non erano più divisi dalla vita ma inaspettatamente vicini, senza la pretesa di cambiarsi, senza l’urgenza di una felicità che durasse per sempre, senza l’antico orgoglio.

E risate, risate, risate. Si era proprio divertita.

Poteva quindi, si chiedeva, un sentimento d’amore rinnovarsi?

Sembrava proprio di sì.

Le prese a battere il cuore sotto la felpa verde pensando a quello che poteva ancora succedere.

 Chiuse il rubinetto e adagiò le fresie nel vaso, erano troppo lunghe e invece di formare il mazzo si disunivano, tagliò quindi qualche centimetro di gambo per ricreare l’armonia dell’insieme, sì ora più corte stavano proprio bene. Riportò il vaso al suo posto, accanto al portaritratti della madre che sorrideva dalla foto, non a lei ma al fotografo dello studio fotografico di Pavia dove aveva posato per quella foto.

Si accorse di avere finito l’acqua. Doveva uscire. Si infilò le scarpe da tennis e via verso Piazza Rocca. L’aria era frizzantina. Si pentì di non avere infilato il Barbour. L’orologio della Torre iniziò a battere i rintocchi del mezzogiorno. Mentre il signor Umberto uscito dalla chiesa salutava gli amici e stringeva mani di qua e di là sul sagrato, spiegando, a chi chiedeva notizie della moglie, che essendo raffreddata aveva preferito restare a casa, lei, accanto a una ragazza straniera tutta tette, sceglieva acqua frizzante. Altra libertà della domenica. Mentre aspettava che la bottiglia si riempisse il venticello portò nell’aria un profumo delizioso di caffè dalla torrefazione. Lo avrebbe riconosciuto fra mille quel profumo denso e penetrante. Sniffò l’aria pensando che le sarebbe piaciuto un’eau de parfum al caffè.

Chissà se esisteva.

Aurora Luzzi

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