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Memorie di un viaggio

Febbraio ‘84, partiamo da Castiglione Cosentino alla volta di Paola. La galleria diretta non era  ancora attiva, bisognava prendere un trenino che impiegava un’ora e mezza, passando per San Fili, San Lucido e altri piccoli paesini per raggiungere la costa Tirrenica cosentina. Il vento freddo sulle panchine di Paola, in attesa della “Freccia del Sud” (Palermo-Milano), era tagliente e si insinuava in ogni angolo, costringendo a ripararsi dietro ai pilastri. Tante le persone in attesa. Il treno arrivava con un ritardo minimo di mezz’ora. All’atto di salire, scene inimmaginabili, resse e corse nella speranza di accaparrarsi un posto a sedere. Immancabilmente le speranze si scontravano con l’amara realtà. Nessun posto disponibile; quando andava bene, si trovava uno strapuntino nel corridoio. In molti casi, ci si sedeva sulla valigia, nella parte più ampia del corridoio, davanti al bagno. Quella sera fummo più fortunati: all’altezza di Sapri si liberò un posto e ci fiondammo a occuparlo. Chiusa la porta dello scompartimento, ci ritrovammo in compagnia di gente particolarmente gioviale e incline a parlare, cosa strana, tenuto conto che si viaggiava di notte. Di fronte a noi un signore che ci sembrava sulla sessantina, dal volto solcato dalle rughe, le meni callose, un basco in testa, orientato sulle 23. Parlandoci, ci rendemmo conto che era molto più giovane dell’età che mostrava, circa 10 anni in meno. Scendeva a Prato, lavorava nelle gallerie di quella che sarebbe divenuta la linea per l’alta velocità. Una tosse grassa interrompeva frequentemente l’eloquio. Quello era il suo ultimo mese di lavoro: l’I.N.A.I.L., all’ultima visita periodica, gli aveva comunicato che le condizioni dei suoi polmoni non erano più compatibili per quel tipo di lavoro. Guardandolo, mi venne spontaneo pensare a quanti viaggi aveva affrontato, quante albe aveva osservato in terre lontane, mentre la sua vita, precocemente, si affievoliva. Lo Stato ora lo congedava ma non sarebbe stato nelle condizioni di godere a lungo di quella agognata condizione. Mostrava orgoglioso le foto di figli e nipoti, gelosamente custodite nel portafogli, parlava degli studi dei figli, della casa costruita con enormi sacrifici.  A fianco al minatore, un giovane trentenne, diretto ad Avigliana (TO), dove aveva accettato una supplenza. Anche lui figlio di emigrante, si era laureato in economia e ora si spostava nella speranza di un lavoro e di una sistemazione. A differenza del primo signore, che ringraziava il cielo per ciò che aveva fatto e per le sue condizioni, il giovane appariva molto arrabbiato: “Non deve ringraziare nessuno per quello che ha; se lo è costruito giorno dopo giorno con i suoi sacrifici e rovinandosi la salute. Ora lo Stato le da quattro lire e se ne lava le mani”. “E che avrei dovuto fare, mettermi a zappare e morire di fame?” – replicò un po’ infastidito il minatore – “Non dico questo, ma non deve ringraziare nessuno per essere stato costretto a emigrare e a fare un lavoro ingrato”. Mentre stavamo per intervenire nella discussione, per dare man forte al giovane, intervenne un signore sulla quarantina, diretto a Milano, dove lavorava in fabbrica. A differenza del  ragazzo, l’operario difendeva il Nord che gli aveva dato lavoro; ragionava con gli occhi di un milanese, mentre deprecava quanto di brutto c’era nel Sud, dalla mancanza di lavoro, di servizi, alle cose che non funzionano, mentre “su da noi, lavori, ti pagano e ti rispettano”. Il giovane provò a replicare che quello non era rispetto ma tolleranza forzata ed erano stati proprio quelli del Nord a volere che rimanessimo in quella condizione, in modo da avere mercato ma non competitori. Il “milanese acquisito” si inalberò, dicendo che era l’ora di farla finita con il Sud che viveva alle spalle del Nord e che stava nascendo un movimento che voleva fare in modo che il Nord, la Padania, si svincolasse da resto del Paese e vivesse con le proprie forze, senza mantenere nessuno. Il giovane insegnante – e non solo lui – non credeva alle sue orecchie. Il Nord aveva trasformato l’operaio in un ectoplasma, che rifiutava il suo ambiente di origine, che, a sua volta, non lo riconosceva più.

In quel momento intervenne nella discussione un signore di grossa stazza, operaio forestale, che difendeva il Sud, dicendo che lo Stato doveva per forza assistere le nostre realtà: il lavoro non era stato creato, dunque viva l’assistenzialismo. Di fronte a lui un signore sulla settantina, distinto, diretto in Svizzera, dove, dopo lunghi anni di lavoro in fabbrica, era riuscito a mettersi in proprio e fare fortuna. Diretto al forestale, gli disse, senza giri di parole, che, personalmente, si sarebbe vergognato a farsi assistere, che se il lavoro non c’era, bisognava crearlo, se non lo si creava, tanto valeva spostarsi in cerca di fortuna, piuttosto che percepire indegnamente uno stipendio, non fosse altro che per un fatto di amor proprio. Mentre eravamo impegnati in quella  discussione, stavamo per arrivare a Roma e il signore seduto vicino al finestrino, si preparò a scendere. Mentre si infilava il cappotto, gli chiedemmo cosa pensasse di tutto ciò  di cui avevamo parlato. Era il portaborse di un politico di fama della D.C.. Era gente abituata al cerchiobottismo, per cui si guardò bene dal prendere posizione. Si limitò a dire che al Sud, in fondo, si stava bene e che, se fosse rimasta al governo la sua forza politica, non sarebbero mancati aiuti e finanziamenti. Non una parola sulla precarietà delle condizioni di vita, sui servizi, su di noi, che, per ragioni diverse, eravamo costretti a fuggire per sopravvivere o per un futuro migliore. Messo alle strette, si congedò prima che il treno si fermasse, preoccupato del fatto che la discussione degenerasse.

Dopo Roma, il dialogo si spense, il sonno ebbe la meglio. L’alba del nuovo giorno ci colse all’altezza di Chiusi-Chianciano Terme, dove scendemmo per prendere la coincidenza per Siena. Rivisto con lo sguardo disincantato di oggi, quel viaggio e quello scompartimento ci appaiono come una meravigliosa metafora della vita, con le sue varie, e a volte tragiche, sfaccettature.

L’oggetto di quella assonnata discussione notturna è, purtroppo, ancora irrisolto e  drammaticamente attuale, mentre l’acqua passata sotto i ponti non ha segnato l’inizio di un nuovo giorno per le nostre realtà.

Massimo Conocchia

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