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Antonio Pignataro, una vita in trincea al servizio dello Stato

Nella storia di Antonio Pignataro c’è in filigrana quella di un predestinato. Vive, tra gli anni sessanta e settanta, infanzia e adolescenza ad Acri e per il suo futuro ha i mente tre strade: diventare prete, avvocato o poliziotto. La terza opzione si fa largo e a soli 18 anni, dopo il corso a Vicenza, indossa la divisa e viene assegnato in Sicilia.

Dal 1979 al 1985 è nella squadra mobile di Palermo, dove lavora alle dirette dipendenze di Ninni Cassarà, ucciso dalla mafia nel 1985. Subito dopo viene trasferito per le minacce di morte ricevute, al Centro Interprovincia Criminalpol Sicilia Occidentale.

Il questore Pignataro, congedandosi da Macerata lo scorso anno, ricorderà, tra gli applausi, il sacrificio di tanti colleghi caduti nella lotta alla mafia.

Durante la permanenza al Centro Interprovincia Criminalpol Sicilia Occidentale, gli sono stati conferiti molti riconoscimenti, nonché una proposta per la promozione a merito straordinario per l’arresto effettuato nella flagranza di un omicidio dei famigerati fratelli Sinagra, pluriassassini, condannati per decine di omicidi e poi pentiti di mafia.

Intanto trova il tempo di studiare e in soli quattro anni consegue la laurea in Giurisprudenza, seguita dall’abilitazione all’esercizio della professione forense e quella all’esercizio della professione forense presso i Tribunali Ecclesiastici, conseguita Pontificia Università Gregoriana di Roma e diventa criminologo.

Diventa funzionario e, pur indossando giacca e cravatta, non smetta mai la divisa. La prossima tappa della sua carriera è la squadra mobile di Genova, quindi ritorna al Sud nel nucleo speciale antisequestro di “Reggio Calabria”. Sono i giorni caldi dei sequestri Casella e Celadon, Dirigente di distaccamento. Per l’ottima attività di direzione e per i risultati conseguiti, gli sono state conferite parole di lode e molteplici premi. Alla parentesi calabrese segue l’approdo alla Questura di Roma, “Commissariato di Polizia Viminale”, dove ricopre l’incarico di dirigente della “Squadra di Polizia Giudiziaria”. In seguito entra al Ministero dell’Interno “Ispettorato Generale di P.S. Viminale” ed è responsabile dei servizi di sicurezza e di scorta al Capo del Governo e a vari Ministri della Repubblica. Anche in questa fase non mancano riconoscimenti e apprezzamenti.

Il suo non potrà mai essere un ruolo stanziale e da Roma raggiunge  l’isola di Pianosa, sede del carcere di   massima   sicurezza, dove diventa dirigente dell’Ufficio Interforze. Al termine di questo ennesimo incarico, tra l’altro, gli viene conferito un elogio scritto dal vicecomandante dell’Arma dei Carabinieri.

Dal 1997 è nella Direzione Centrale della Polizia e fa parte della squadriglia antisequestro eliportata” di Tortolì (Nuoro), durante il sequestro di Silvia Melis.

Avrà un ruolo di primo piano anche durante i sequestri Soffiantini e Sgarella.

In seguito si renderà promotore del Gruppo Operativo Speciale (GOS) della Direzione Centrale della Polizia Criminale. E’ un gruppo ideato e diretto dallo stesso Pignataro, i cui risultati gli varranno l’apprezzamento, la stima e la fiducia dei Questori e dei Dirigenti degli Uffici Investigativi periferici. In questo contesto rientra anche l’operazione relativa all’arresto dei latitanti Santaiti e De Stefano, inseriti nell’elenco dei trenta ricercati più pericolosi, nonché la sicurezza dei tre miliziani Palestinesi dimoranti in Italia. Altri encomi, lodi e parole di compiacimento arricchiranno ulteriormente il suo palmares.

Dal 2008 al 2011 è Dirigente al “Commissariato Romanina” di Roma. Qui sono molteplici le operazioni di polizia contro il clan Casamonica, con l’arresto di circa 120 affiliati e il riconoscimento per la prima volta da parte dell’Autorità Giudiziaria  dell’associazione a delinquere e il contestuale sequestro delle ville del clan. Questa intensa attività investigativa ha originato minacce di morte nei suoi confronti, che hanno determinato il trasferimento al Commissariato Parioli, dove rimarrà fino al 2013. Qui si segnalano gli arresti della cosiddetta “Banda degli orologi Rolex”, che avevano terrorizzato il noto quartiere di Roma.

Dal 2013 al 2016 è Dirigente  del Commissariato Viminale, con l’arresto, per ciascun anno, di circa 400 autori di efferati delitti commessi nell’area della Stazione Termini.

Durante la direzione degli uffici della Questura di Roma ha ottenuto tre encomi solenni.

A gennaio 2016 è promosso Dirigente Superiore ed entra nell’Ufficio Centrale Ispettivo, con funzioni  Ispettore Generale; quindi nella direzione centrale per i servizi antidroga con funzioni di Direttore del secondo servizio fino a febbraio 2108.

Da qui raggiunge Macerata , dove assume l’incarico di Questore, nominato dal Capo della Polizia a causa dell’emergenza nazionale che si era venuta a creare per la crudele e barbara uccisione, con relativo depezzamento del cadavere, di Pamela  Mastropietro,  nonché la successiva  vicenda di Luca Traini, che aveva terrorizzato la città Macerata con il ferimento di sei extracomunitari.

A Macerata, è storia recente, Pignataro mostra “l’immagine di uno Stato che c’è e si vede”, grazie alla sua “tenace e preziosa lotta contro lo spaccio e  l’utilizzo di sostanze stupefacenti”. Il Questore di Macerata” ingaggia una lotta senza quartiere contro i negozi di Cannabis Legale, con numerose chiusure.

In terra marchigiana rimane fino allo scorso anno. Attualmente è “In disponibilità” presso la  Segreteria del Dipartimento della Pubblica Sicurezza.

Nel suo curriculum ritroviamo anche altre onorificenze: Cavaliere al merito della Repubblica, Ufficiale al merito della Repubblica, Commendatore al merito della Repubblica, Merito di Lungo Comando e Merito al Servizio.

Nel 2019 riceve il Premio Wifree, concesso all’unanimità  dalla comunità di San Patrignano, con la seguente motivazione: “Per l’esempio positivo e concreto che ha saputo fornire ai giovani, non solo per l’impegno sociale ma anche per la forza e la determinazione dimostrata di fronte agli ostacoli che la vita può averle messo davanti nella lotta contro lo spaccio e nella chiusura dei negozi di Cannabis Light”. Nello stesso anno riceve anche il Premio Medaglia d’oro Calabria, mentre la sua Acri lo premierà con “Cineincontriamoci”.

A distanza di trent’anni, in lui è ancora vivo il ricordo di gente come Ninni Cassarà, Giuseppe Montana, Lillo Zucchetto, Roberto Antiochia, Natale Mondo, del maresciallo dei Carabinieri Mario Trapassi, dell’appuntato Salvatore Bartolotti. Tutti suoi colleghi e amici, con cui tanto ha condiviso e che sono caduti nella lotta alla mafia. A Macerata Pignataro si è adoperato con le istituzioni locali affinché a questi servitori dello Stato, che per lo Stato si sono immolati, fossero dedicati strade, ville, parchi, anfietatri, luoghi i cui toponimi sono la testimonianza vivente di valori supremi, difesi anche a nostro nome.

La sua è la storia di un successo che si è nutrito di un unico obiettivo: servire lo Stato. Come in tutte le esperienze, non sono mancati i momenti di crisi e di difficoltà, ma in Antonio Pignataro  la lotta all’illegalità diffusa non ha mai conosciuto cedimenti. Il suo è un esempio di irriducibile tenacia, che ci spiega anche la necessità di prendersi dei rischi laddove è necessario farlo. Senza non si va da nessuna parte.

Di questa storia, ne siamo certi, occorrerà scrivere altre pagine, da leggere magari quando è lo sconforto a prendere il sopravvento e a mostrarci uno Stato che non ci piace. Perché, nonostante tutto, al servizio di questo Stato c’è gente di cui fidarsi e di cui andare fieri.

Piero Cirino

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