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1817 – La Calabria Citra superproduceva

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Nel raro libro Statistica nitraria del Regno di Napoli, di Pietro Pulli, edito in Napoli nel 1817, si rinvengono dati interessanti sulla Calabria Citra, attuale provincia di Cosenza.

Essa, all’epoca contava 262 Comuni, contro i 155 attuali. La popolazione era di 314.248 abitanti.

Interessanti sono i dati che vi si riportano:

“I terreni coltivabili somministrano le seguenti derrate: Grano tomola 814.290; del mais detto granturco 50.890; di panico 1.085 tomola; legumi tomola 52.782; orzo 153.520; avena 18.450; vino botti 47.855; si vendono di aranci ducati 14.590; cotone cantaja 1.200; olio botti 74.589; manna cantaja 16.000; gran quantità di fichi secchi e castagne”.

Per dare la possibilità di lettura dei dati riportati precisiamo che il tomolo era pari a litri 55, 55; la botte per vino era pari a 12 barili, ossia a litri 523, 5 = a kg 490,312 8di acqua distillata); il cantaio era pari a kg 89, 09972; il ducato fu calcolato al 1861 £ 4,25.

Nella parte incolta si produceva: “requirizia da cui ne ottengono in estratto libre 82.000; pece cantaja 83.000; formaggio cantaja 21.600; 16.000 cantaja di carbone, e si vendono di legname della Sila per ducati 320.000; quegli abitanti salano circa cantaja 9.398 di pesce”.

Fra le misure non si è riportata la libbra che si componeva di 12 once ed era pari a kg 0, 32007.

I dati che si riportano dovrebbero fare riflettere, specie se rapportati alle produzioni attuali.

Si legge, ancora, vi “pascolano la parte incolta 21.780 pecore agnelli 21.800 capre 2.478 vacche 6.980 cavalli e giumente 7.500”.

Si riportano altre notizie interessanti:

“L’industria della seta è nel più brillante grado nelle Calabrie, ed in questa provincia ne ottengono ogni anno, sempre regolandoci dal coacervo di dieci anni libre 28.4755.

La maggior parte de’ terreni incolti è destinata a’ boschi, al pascolo, e moltissima, a pura perdita per mancanza di braccia”.

Il lavoro, quindi, non mancava. E Pulli prosegue col fornire altre notizie:

“I materiali, che producono potassa sono al di sopra de’ bisogni, e per quella che ottener si possa dal tartaro, e dalle fecce de’ vini, e da vegetabili bruciati, che si perdono e nelle città e nelle campagne”.

Per concludere: “Il territorio di Cosenza è ferace in tutto, ed al di sopra de’ bisogni delle presenti popolazioni”.

Nel dare notizie sulla Sila colpisce il particolare che la rese celebre fin da tempi assai lontani:

“annualmente si estrae molto legname da costruzione di pino, di abete, e se ne fanno grossi imbarchi e nel Jonio e nel Tirreno, mentre i piccioli si destinano all’estrazione della pece.

Nei passati anni vi esistevano venti forni per estrarne pece nera e si calcolava l’estrazione di questa resina fino a 10.000 cantaja, e cinque forni di pece bianca fino a 7.500 cantaja, oltre l’olio detto di pece, e tutti questi prodotti sono calcolati senza l’abbondante quantità di catrame, e terebinto, che parimente se n estrae annualmente.

Noi vi ritrovammo stabilite dieci seghe per tavole, ciascuna, ci si assicurò forniva 20.000 tavoloni 1’anno, e perciò tutte ne somministravano 200.000”.

Non è inutile riportare una considerazione dell’autore sulle risorse e sull’industriosità degli abitanti: “La Calabria citra è estesissima, e unita all’altra formano le migliori provincie del Regno di Napoli, per risorte del suolo, per industria degli abitanti e per una energia tutta loro particolare, cosicché nulla avrebbero a desiderare, se avessero braccia sufficienti, e ‘l viaggiatore sarebbe incantato di questa prediletta terra del Cielo, se il giro delle sue disgrazie fosse assolutamente terminato, e se forse nei prossimi passati anni non si fosse mal versata tanta forza a di struggersi fra essi, come quelli della favola di Cadmo”.

Concludiamo lasciando ogni commento al lettore.

Giuseppe Abbruzzo

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