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Le pernacchie furono fatali a don Giovanni

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La Sicilia, delusa dopo l’Unità, incominciò a protestare. Il governo italiano non trovò di meglio che seminare il disordine, con l’azione dei servizi segreti dell’epoca, per poi cercare e punire, anche con la morte, responsabili di comodo, ossia le persone scomode al nascente Stato italiano (!!!).

Giovanni Corrao liberato dopo l’arresto, per essere innocente mise in atto un suo piano.

Nel 1863 fra i ricercati s’incluse Giovanni Corrao, il generale garibaldino, che aveva convinto i siciliani più autorevoli a sostenere i Mille. Questi, di fatto, poco dopo, s’accorse d’aver sostenuto una soluzione peggiore del male, perciò, protestava e cercava di far ravvedere i “conquistatori”. Era, in altre parole, un dissidente da sopprimere. Tutto quanto si ordiva, si basava su lettere anonime e testimonianze di comodo.

Don Corrao, accusato con falsità macroscopiche fu arrestato. Riuscì a dimostrare la sua innocenza. L’accusato, però, sentì la necessità di lavare l’onta.

Il questore Bolis, che aveva avuto parte di primo piano nella faccenda, doveva ricordarsela per sempre! Corrao ordì qualcosa che lo portò alla disperazione.

Scrive Lorenzo Del Boca, in Maledetti Savoia: “Contro l’alto funzionario ci fu l’infamia delle pernacchie. In via Maqueda, dove abitava, squadre di centinaia di ragazzini, opportunamente istruiti, si esercitavano in rumori con la mano sulla bocca, quando vedevano il questore, qualcuno della famiglia e persino gli inservienti di casa”. Questo divenne un tormento che “cominciava all’alba, quando si aprivano le finestre della camera da letto, e continuavano fino a notte fonda finché resisteva ancora una luce accesa”.

Fu così che il capo della polizia “perse, insieme, la faccia e la credibilità”. Prima si chiuse in casa, ma anche là sentiva il susseguirsi di quei rumori molesti. Non ce la faceva più. Chiese il trasferimento. Don Giovanni Corrao ebbe, così, la sua vendetta non a suon di lupara, adoperata da chi aveva interesse a seminare disordine, per mettere in atto retate, ma a suon di pernacchie. Lui, però, era segnato a dito. Lo sgarro di Carrao doveva essere lavato col sangue, come era successo e succederà per tanti altri. Subì un attentato da tre “banditi” armati di coltello, il 6 giugno 1863. Riuscì a costringerli alla fuga. Il 3 agosto, però, mentre si recava a Palermo, i killer scelsero le armi da fuoco e gli spararono, maciullandogli il petto e la testa.

Così si ristabiliva l’ordine da chi aveva promesso libertà e giustizia anche contro chi si era prodigato per spianare la strada ai “piemontesi”, lottando per l’Italia Unita.

La storia dei vincitori, però, queste cose non le dice.

Vogliamo dare una conferma alle nostre affermazioni e citazioni. La troviamo nello scritto di un autorevole liberale. Pietro Oliveri pubblica, a Losanna, nel 1865, Episodi della rivoluzione siciliana – Rivelazioni segrete sulla vita politica di Giuseppe La Farina e suoi seguaci.

Sul personaggio citato scrive: “Il Generale Giovanni Corrao, garibaldino fierissimo racimolava intorno a lui ardenti patrioti, i quali discutevano di politica, e contro il governo. La sentenza di morte di Corrao fu pronunziata dalla Camarilla. Mentre tornava dall’agro il 9 agosto 1862, due mandatari gli tirarono addosso e lo stesero morto.

Si imprigionarono due fanciulli che dissero testimoni del fatto; si trattarono con riguardi e delicatezze, a far che colle loro rivelazioni allontanassero le tracce vere del reato. Si menò un poco di chiasso e tutto finì. Il mistero diffonde una coltre fatale sull’accaduto”.

La giustizia sabauda nell’isola non smise con la soppressione del generale garibaldino, ma scrive Olivieri: “Giuseppe Badia amico del Corrao, e mio, dopo aver combattuto con Garibaldi, di nessun sospetto borbonico, emigrato per tutta la restaurazione, ed oggi giacente in carcere, perché ostile alla camarilla fu condannato a morte”.

Il nostro autore continua, riportando persecuzioni e soppressioni, ma noi ci fermiamo qui.

Abbiamo voluto dare un ennesimo esempio di come si falsi la Storia.

Giuseppe Abbruzzo

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