Due toponimi e qualche domanda

Bata - Via Roma - Acri

Altre volte ci siamo soffermati su toponimi presenti nel territorio di Acri e ne abbiamo sottolineato l’importanza sotto i diversi aspetti. Ritorniamo sull’argomento, per quanto detto in precedenza.

Questa volta vogliamo soffermarci su un toponimo fascinoso: Pietra fellata.

Gli anziani raccontavano che, nel luogo dove si erge detta pietra, vi era un tesoro. Dicevano che fosse molto appetitoso: una tessitrice che lavora al telaio e nei pressi vi razzola una chioccia con dodici pulcini. Il tutto sarebbe di oro massiccio.

Come al solito bisognava trovarsi nelle condizioni giuste per potersi appropriare di tanto ben di Dio.

Un’ingenua fanciulla si diceva avesse visto la chioccia e i pulcini ma, si meravigliò della loro bellezza e tutto sparì.

La località, indicata col detto toponimo, è nelle coste del Mucone, scendendo verso la confluenza di questo fiume col Calamo. Si deve intendere pietra spaccata o ha qualche attinenza con quanto riporta Clemente Alessandrino?

“Apella, dal canto suo, nella Storia di Delfo, scrive che in realtà i Palladi erano due, e che entrambi erano stati costruiti da uomini.

Ma affinché nessuno pensi che io abbia tralasciato queste cose per ignoranza, vi ricorderò che la statua di Dionisio Morico che si trova ad Atene, è stata fatta della cosiddetta pietra fellata, e, come scrive Polemone in una sua lettera, è opera di Sicone, figlio di Eupalamo”.

Il traduttore appone questa nota a pietra fellata: «La pietra “fellata” era una pietra che serviva per le sculture e proveniva probabilmente da Felleo, località dell’Attica famosa per le sue rocce. Quanto all’epiteto Morico attribuito a Dionisio, esso proveniva dall’uso dei vendemmiatori di sporcarsi il volto con il mosto».

Chi e perché ha dato, in Acri, l’eguale nome citato da Clemente Alessandrino?

Quanti si sono interessati della storia antica di Acri e della ricerca archeologica sul suo territorio si sono posti la necessità d’indagare su luoghi e storia orale legati a questi toponimi?

La risposta non può essere che negativa.

Come si vede i toponimi sono importanti e Parrìeti o Parrìedi è un esempio fra gli altri.

Ricordiamo che Raffaele Capalbo scrive di “tombe circolari” che vi sono state trovate.

Che fine fecero? A quale epoca risalivano? Che fine fece quanto ritrovato?

I toponimi così importanti non vengono presi nella debita considerazione da tanti, che discettano su Acri, ripetendo il già noto, non approfondendo e non dimostrando, e poco di nuovo rinvenendo.

Padula, a modo suo, tenta di interpretare vari toponimi, ma chi è partito da queste ignorate note a confermarle o smentirle? Si dirà: – Se non se ne conosce l’esistenza non si possono formulare congetture! -. È fin troppo giusto. Allora, perché si parla poco e spesso a sproposito di Acri senza conoscerne né il territorio, né la storia?

Va precisato che s’intende Storia, quella suffragata da documenti certi, compresi i ritrovamenti archeologici e non il trito e ritrito senza dimostrarne la validità e verità di quanto si ammannisce, copiando qua e là senza citare la fonte certa.

Si cita la platea di Sebastiano della Valle, ricca di toponimi e di notizie importanti. Lo credereste? Lo si fa senza averla mai vista.

Ripropongo una domanda: – Chi può darmi notizie sui due toponimi proposti? –

È sperabile che, a queste argomentazioni, non segua il solito silenzio.

Giuseppe Abbruzzo

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