La chinea di Bisignano

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La chinea di Bisignano, ossia cavallo bianco della razza allevata in detto paese, fu resa celebre dal Tassoni ne La secchia rapita:

Pallade sdegnosetta, e fiera in volto

Venia su una Chinea di Bisignano,

Succinta a mezza gamba, in un raccolto

Abito mezzo Greco e mezzo Ispano.

Un tempo si studiava il detto autore nelle scuole superiori. Gli insegnanti, però, poco sapevano dell’origine della chinea; forse, ignoravano, ancora, che il riferimento non era a Bisignano, ma al suo feudatario, il Principe Sanseverino, che allevava quella razza di cavalli.

Si studia ancora oggi il Tassoni e il suo poema?

Sotto il nome di chinea c’era, anche, un qualcosa di dovuto al papa dai re di Napoli, che erano stati investiti del regno dal pontefice.

I Normanni, infatti, davano 12 denari, per ogni paio di buoi dovuti; Carlo I° d’Angiò versava il corrispondente di 48.000 ducati. I re aragonesi ne versavano 20.000; Austriaci e Borbonici 7.000 ducati più la chinea alla vigilia della festa dei SS. Pietro e Paolo, che si celebrava in Roma con grande sfarzo.

Alcuni sostengono che la cerimonia risalga al 1443.

Nel 1776, comunque, Ferdinando IV di Borbone, salito al trono nel 1759, protestò, dichiarandosi contrario alla manifestazione della presentazione della Chinea, ritenendola un atto di sudditanza preteso e non dovuto

Tanto non garbava al papa che lo vedeva, invece, come atto solenne di sottomissione sì, ma di ubbidienza e riverenza verso la figura del papa.

La presa di posizione suscitò non solo scalpore, all’epoca, ma ebbe strascichi, che si protrassero per tempo.

Il 28 giugno 1788 il corrispondente da Roma scriveva su un giornale dell’epoca:

“La solennità de’ SS. Apostoli Pietro. e Paolo è stata in quest’anno mancante del suo più bello spettacolo. Invano si è aspettata per parte di S. M. Siciliana la presentazione della Chinea, che anche sotto gli umili Pontefici risvegliava a Roma l’idea di gareggiare con l’antica grandezza.

L’origine di questa funzione risale ai tempi di Roberto Guiscardo. Egli dopo avere con le forze, e con le arti sue proprie acquistata la maggior parte di quel che forma oggi il Regno di Napoli, e usurpato il patrimonio di Bacelardo suo Nipote, per calmare le gelosie del Papa inquieto dell’aumento della Potenza e Virtù Normanna, condescese a riceverne dal Pontefice l’investitura.

In quei barbari tempi Roberto credé di legittimare agli occhi del popolo i suoi acquisti, ed il Papa con tale formalità dové contentarsi di una superiorità di opinione dopo che ebbe esauriti inutilmente i suoi maneggi, ed i suoi sforzi per spogliarnelo realmente.

In tanta diversità di circostanze, perché non si perda la memoria di questo pezzo d’Antichità il S(anto) P(adre) dopo i primi Vespri della suddetta Solennità, sotto il trono Pontificio alla presenza del Sacro Collegio, Prelatura, Ufizialità, e numeroso popolo fece la più energica Allocuzione protestando contro il Feudatario, e dichiarando come devoluto alla S. Sede il Feudo in caso di contumacia. Subito dopo vennero da questa Segreteria di Stato spediti con gli opportuni Dispacci tre Corrieri, che uno andò in Spagna, uno in Francia e l’altro a Napoli”.

Il problema, a ben vedere, non era il “feudo” e la “chinea”, ma il Pontefice era sensibile alla pecunia ossia alla cospicua somma di denaro, che si presentava, omaggiandolo insieme alla chinea; perciò, protestava.

La questione durò per tempo, tra proteste del re di Napoli e quelle del papa.

Il battibecco durò per tempo, senza che si giungesse all’omaggio richiesto.

Come finì la storia? Speriamo di scriverne altra volta.

 Giuseppe Abbruzzo

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