“Ce ne ricorderemo di questo pianeta”
In questa frase dello scrittore ottocentesco francese Villiers de l’Isle-Adam, c’è, riteniamo, l’essenza vera del vivere. L’esistenza umana è legata a una insopprimibile volontà di memoria: finché saremo, in qualunque forma e natura, noi ricorderemo; e solo se ricorderemo, saremo. Siamo la capacità di ricordare, siamo memoria.
In questa espressione risiede, al di là di ogni credo o visione, l’essenza e il significato vero dell’esistenza. In quest’ottica, la nostra possibilità di esistere oltre noi stessi risiede nella nostra capacità-possibilità di lasciare un segno, un ricordo, un’impronta.
Chiunque è in grado di lasciare il segno e, tanto più profonda e l’impronta, tanto più sarà duratura. Il segno più bello è quello che siamo in grado di lasciare con i nostri gesti quotidiani, i più semplici: una parola, un gesto, un sorriso, una presenza costante. Da questi gesti trascende la possibilità di creare un legame in grado di resistere al tempo e all’usura.
Lo abbiamo verificato quest’estate. Non è stata una bella stagione, carica di apprensione e paura per la vita di una delle persone per noi – e non solo per noi – più care. Nei momenti più bui e incerti, l’amore ha prevalso.
Vedere una persona di famiglia lottare per la vita con tutte le sue forze e vedere al suo fianco gli affetti più cari non lasciarlo un momento, trasmettendogli un amore infinito, ci ha dato la misura di quanto profonda sia l’impronta che questo uomo non comune ha lasciato e continua per fortuna a lasciare in molti.
Lunghe attese davanti a una rianimazione, sapendo che non c’era la possibilità per tutti di poterlo salutare. Eppure la gente era lì seduta, solo per rimarcare, con la presenza fisica, un qualcosa di molto meno materiale. Apprensione, smarrimento si sono alternati a momenti di gioia e speranza. Telefonate a colleghi per avere notizie. E poi di nuovo tensione e paura.
Oggi la situazione e un po’ meno tesa, non completamente risolta ma con la luce che si intravvede in fondo a un tunnel che non è stato breve. Qualche giorno fa ha squillato il telefono. Era lui dall’altra parte. Sentire quella voce flebile che ci chiamava ci ha ridato fiducia e speranza. Dopo tanto ci siamo liberati di quel senso di smarrimento e angoscia che ci ha accompagnato per oltre un mese.
Sentire dall’altra parte quella voce che ci chiamava, com’è solito fare, con il diminutivo, rimarcando in tal modo non solo una differenza di età ma una tenerezza e una cura particolare da parte di colui che è stato ed è non solo un fratello ma un secondo padre. La paura di ritornare “orfano” ci ha attanagliato. Stavolta, però, a consolarci non ci sarebbe stato lui, che ha sempre sottolineato, con la sua amorevole presenza, il fatto di non essere soli, di avere qualcuno dietro le spalle.
Finché ci sarà lui, sarà così. Un pianto liberatorio è seguito a quella telefonata. Rivedere quel nome nell’elenco delle chiamate è stata la gioia più bella dell’anno. Il cammino è ancora lungo ma c’è la consapevolezza di andare nella direzione giusta. Le cure intensive e il successivo decorso hanno funzionato.
Un grazie ai tanti, tantissimi, a cominciare dai Colleghi di Acri per finire a quelli di Cosenza, che hanno reso possibile questo epilogo. Che ci hanno ridato speranza, restituendo ai propri affetti una persona speciale.
Massimo Conocchia














