Si avvicinano i giorni della riflessione e del ricordo

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Questa fase dell’anno, che si apre con la Festa di Sant’Angelo, è tradizionalmente dedicata all’introspezione e al ricordo. La festa di Sant’Angelo è particolarmente sentita per varie ragioni, per la vicinanza al Santo che nella sua esperienza terrena era sempre dalla parte dei più poveri e umili, per un sano orgoglio cittadino per avere la città uno dei suoi figli annoverato tra i Santi. Il 30 ottobre apre anche un periodo – breve ma intenso – dedicato anche alla memoria di chi non c’è più.

Il cimitero è un via vai di visitatori e, particolarmente nei giorni di Ognissanti e del 2, si esplica tutto un corollario di riti e credenze che hanno, in buona sostanza, il fine di ridurre la distanza tra il reale e il trascendente,  tra ciò che è ciò che è stato e non è più.  Nel tentativo appena accennato, si innestano una serie di eventi ricorrenti che vale la pena ricordare, anche perché alcuni di loro sono oggi rarefatti o quantomeno annacquati. Una delle tradizioni più sentite è il pranzo del due: ogni famiglia cucina – o cucinava – ciò che era particolarmente gradito al caro estinto, nella convinzione che ciò che si consuma in quel giorno viene, in qualche modo, gradito nell’aldilà.

Ci sono alcune zone di rito greco-ortodosso – ci riferiamo a vicini paesi arbreshe –  nelle quali alcuni  abitanti, il giorno dei defunti, si recano presso la tomba dell’estinto a consumare il pasto, in una forma “diretta” di condivisione che tenta di ricongiungere due modi, di fatto distanti e distinti. Fino agli anni ’60 del Novecento, persistevano alcuni rituali duri a scomparire, di cui abbiamo memoria noi stessi. Durante la veglia o nelle visite al cimitero del giorno dei defunti  si pagavano – specie nei paesi dello Ionio cosentino – delle donne per piangere.

Il pianto era, non infrequentemente, accompagnato da parte dei familiari da scene forti come strapparsi i capelli o graffiarsi con le unghia il viso nel tentativo di deturparsi per la disperazione. Ricordiamo una donna – che abitava non molto distante da casa nostra – che nel cuore di agosto (con 40°) andava in giro non solo tutta vestita di nero ma con una grossa coperta che le ricopriva capo e tronco. Alla nostra insistenza nel chiedere il perché di questa autosofferenza, nostra nonna prontamente ci spiegava che così come il figlio consumava il suo corpo sottoterra, la madre cercava di consumare e “liquefare” il suo sotto il sole. Sono immagini estreme ma non rare ai tempi che stiamo descrivendo, nei quali la convinzione di una vita oltreterrena era così forte non solo da immaginarla simile alla nostra – traslata in un’altra dimensione – ma addirittura così “vicina” da potere condividere sensazioni tali da abbattere ulteriormente quel filo di separazione.

La convinzione che l’esperienza terrena fosse un “passaggio”  , atto solo a meritarsi una posizione migliore nell’aldilà, portava a considerare ogni azione di questo modo finalizzata a ridurre distanza con l’altro. E così, tra il 30 ottobre e il due novembre, Acri attraversa un tempo sospeso, in cui la festa e il raccoglimento, la devozione e il ricordo si intrecciano in un unico, profondo racconto di comunità.

E’ un passaggio che racchiude il senso più autentico della tradizione popolare calabrese, fatta di riti antichi, credenze tramandate e piccoli gesti capaci di accorciare, almeno di un giorno, la distanza tra due mondi in realtà molto lontani. Il fatto straordinario di questa visione  è che la memoria non è soltanto nostalgia, ma una presenza che si rinnova, un filo invisibile che unisce le generazioni e custodisce l’identità di un popolo.

Massimo Conocchia

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