Forza delle idee o idee per forza?
Fra la forza delle idee e le idee per forza ho sempre preferito la prima, perché poggia su di un caposaldo irrinunciabile della democrazia: se un’idea è forte cammina sulle sue gambe e raccoglie lungo il suo percorso sempre più pareri favorevoli.
Decidere di assaltare una banca non è un’idea forte semmai può in un brevissimo lasso di tempo dimostrarsi sciagurata, allo stesso modo di decidere di condonare chi ha costruito scientemente abusivamente mescolandolo nel calderone di chi ha semplicemente realizzato un abuso edilizio sanabile senza ricorrere a deleteri e troppo spesso ripetuti condoni edilizi.
Sovente questo concetto semplicissimo di idea per forza viene erroneamente mutuato dalla politica per incontrare il favore di una specifica parte della popolazione che avrà modo di restituire quanto discutibilmente concessole, nelle urne, segnando irrimediabilmente le distanze sempre più marcate fra eletti, elettori, votanti e non votanti.
Turarsi il naso semplicemente per potersi vantare di avere scelto tra le parti in gioco, differenziandosi da chi invece sceglie di non prendere parte alla contesa, è ormai diventato un vero gioco almassacro perché la necessità di raggranellare il maggior numero di voti per raggiungere l’obiettivo prefissato, finisce per costringere i contendenti a imbarcare nelle coalizioni i cosiddetti portatori di pacchetti di voti preassemblati nel corso degli anni grazie a una proficua attività clientelare che il più delle volte sfiora la sottomissione quando non deborda addirittura nell’alveo delle attività borderline, caratterizzate da vassallaggio finalizzato alla sopravvivenza economica.
E che dire di quando ci si riempie la bocca con le iniziative più lodevoli finalizzate all’accoglienza, al superamento delle barriere architettoniche e quindi fisiche e perché no sociali, con la ricerca dell’inclusione come veicolo di integrazione fra l’abile e il diversamente abile, comunitario ed extracomunitario, nativo digitale e analfabeta informatico, volando alto e quindi incontrando altissimi livelli di gradimento che concentrandosi sullo straordinario finiscono per perdere di vista l’ordinario, dandolo per scontato o dimenticandosene, alimentando una vera e propria guerra fra poveriche finiscono per interpretare il disagio altrui come ingiusto lasciapassare per accedere all’ordinarietà attraverso la straordinarietà.
Allo stesso modo svuotare i bacini del precariato, stabilizzando lavoratori che nel frattempo sono invecchiati rincorrendo l’occupazione pubblica, finisce per generare soltanto numericamente nuova forza lavoro ma contribuisce irrimediabilmente ad abbassare l’efficienza della macchina organizzativa che vede rinnovarsi anagraficamente soltanto le sfere direttive e di alta formazione dei vari settori che compongono la pubblica amministrazione.
Lo stesso PNRR, ritenuto a torto o a ragione panacea di tutti i mali di un’Europa che quotidianamente tradisce gli ideali infusi dai visionari esiliati in quel di Ventotene, si è scontrato con l’impossibilità di progettazione degli interventi atti a mettere a terra quanto immaginato come volano di ripresa e resilienza, per la mancanza cronica di personale da adibire all’enorme mole di interventi potenzialmente risolutori di arcaici problemi che rendono iniquo il rapporto fra il Nord locomotiva italo-europea e il Sud, fanalino di coda e ultima nonché inutile frontiera con la disperazione che alberga lungo le coste del Mar Mediterraneo.
Di contro si assiste nel mondo del privato alla velocizzazione della prestazione lavorativa, automatizzando interi settori produttivi che stanno spingendo sempre più pesantemente fuori dal mercato del lavoro intere generazioni che non posseggono più le capacità di rientrare nel processo attraverso l’ingegnerizzazione delle produzioni e quindi finiscono inevitabilmente vittime della precarizzazione del lavoro in settori dove la tecnologia non ha ancora soppiantato il ricorso alle risorse umane, abbassando notevolmente la capacità di contrattazione di chi invece entra per la prima volta nel circuito lavorativo con o senza esperienza, il che si traduce molto spesso nel reclutamento di chi è costretto ad accettare condizioni di lavoro al limite della sopportazione quando non proprio ben oltre questo limite, replicando in una certa maniera coloro i quali sono costretti a recarsi alle urne per continuare a beneficiare di concessioni passate, presenti e future, che nei casi limite sfiorano una vera e propria forma di devozione nei confrontidell’osannato a prescindere santo protettore.
Giuseppe Donato














