Acri degli anni Cinquanta tra fame, miseria materiale e espedienti
Come abbiamo avuto già modo di sottolineare, non apparteniamo alla schiera di coloro che sostengono che si stava meglio quando si stava peggio. Non eravamo nati e nemmeno in programma di nascere in quegli anni ma, dai racconti tramandati da genitori e nonni, le condizioni di vita materiale ad Acri negli anni Cinquanta erano pessime. Il lavoro scarseggia, le condizioni abitative e igieniche erano, per il popolo, non belle, costretto com’era a vivere in abitazioni malsane, spesso composte da una sola stanza – dove il numero degli ospiti rasentava e spesso superava le due cifre – senza servizi igienici né acqua in casa. Bisognerà attendere gli anni Sessanta per lo sviluppo dell’edilizia popolare – e di altre opere pubbliche -perché al popolo venissero offerte abitazioni degne di questo nome e, al tempo stesso, opportunità di lavoro regolare.
Con tutti i limiti che abbiamo appena espresso, l’Acri degli anni Cinquanta presentava alcuni elementi caratteristici che è bene ricordare, non per nostalgia o revisionismo ma per un doveroso atto di memoria collettiva.
Il centro pulsante del paese si stagliava tra Piazza Vittorio Emanuele (Piazza dei frutti) e quello che diventerà poi Piazza Monumento che, all’epoca, era completamente diversa e, in luogo degli attuali parcheggi, c’erano una fila di abitazioni a un solo piano adibiti per lo più a negozi. Il Bar Meringolo dominava la piazza ed era il luogo di ritrovo abitaule.
Ad Acri, in quegli anni, la miseria non era un concetto astratto: era concreta, misurabile, quotidiana. Si contava a pane raffermo, a scarpe rattoppate, a cappotti ereditati da parenti che non c’erano più. Il benessere doveva ancora fare il suo ingresso e, quado arrivò, bussò piano, molto piano.
Eppure, in quel mondo, magro di cose e ricco di persone e di inventiva, nessuno si prendeva troppo sul serio. La povertà era una condizione, non un’identità. A definire la comunità era, più che altro, una straordinaria capacità di ridere di sé, di inventare una serie infinita di espedienti per far scorre il tempo, per non pensare. Nell’attuale Piazza Monumento, c’erano, tra l’altro, tabacchini, botteghe di artigiani la cui occupazione principale, spesso, era quella di architettare scherzi tra di loro.
Il lavoro un po’ difettava, un po’ non veniva, in alcuni casi, considerata una priorità. La voglia di lasciarsi alle spalle gli orrori della guerra e ritornare a vivere era tale che avere la supremazia su tutto il resto. Tra i vari aneddoti che girano su quegli anni, ce ne sono alcuni particolarmente curiosi, che ci piace condividere. Ci fu un signore che commissionò un abito a un noto sarto: il vestito fu pronto e consegnato dopo oltre due anni dalla commissione. Il committente lo ritirò e chiese il compenso: 2500 lire .
Il giorno dopo il cliente si presentò dal sarto con un libretto postale vincolato per due anni con la cifra richiesta. Alle rimostranze dell’artigiano, che pretendeva la disponibilità immediata del compenso, la risposta del committente fu quasi salomonica: “anche a me serviva l’abito e l’ho ricevuto dopo due anni, lo stesso tempo che tu dovrai attendere per avere il denaro a disposizione, con una differenza: la stoffa con il tempo si è deteriorata, tu, invece, riceverai gli interessi”.
Un altro aneddoto – che abbiamo appreso, se non andiamo errati, leggendo un libro di ricordi di un amico stimato e compianto, proprio su quegli anni – riguarda una singolare querelle tra un barista e un avvocato, il cui figlio di quest’ultimo aveva, giocando a pallone, rotto una vetrina del locale.
Il gestore, intravvedendo l’avvocato – anzichè chiedere subito che gli venisse risarcito il danno – pensò bene di giocare d’astuzia, chiedendo un parere all’avvocato circa il fatto, nel caso un minore provocasse un danno a un locale giocando, se il genitore dovesse essere chiamato a risarcire. Di fronte alla pronta risposta affermativa del legale, il barista si apprestò a chiedergli il pagamento del danno, che ricevette seduta stante. Due secondi dopo, il legale chiese il pagamento della parcella per il parere richiesto, che il barista, con sommo stupore, dovette onorare.
Di queste vicende se ne potrebbero raccontare a centinaia ma devieremmo dal nostro intento iniziale che era quello di fornire uno spaccato in chiaro scuro di anni per niente facili ma nei quali l’ottimismo, la voglia di ritornare a vivere ebbe, fortunatamente, la meglio sulla disperazione e la miseria.
Massimo Conocchia














