Tommaso Campanella: il genio fa paura!
Di Tommaso Campanella, monaco domenicano, rivoluzionario, autore di numerose opere, dai più, se ne conosce il nome e null’altro.
Si è soliti osannare gli innocui, magari i ladri in guanti gialli, spacciandoli per uomini di gran merito, ma degli uomini di pensiero si cerca di sminuirne l’importanza e il valore.
Il “peccato” più grave fu ed è, per Campanella, l’essersi posto contro la Chiesa ufficiale del suo tempo.
Ne ebbe persecuzione a vita, distruzione delle opere, che riscrisse, carcerazione in attesa di trovare il mezzo e il modo di mandarlo al rogo.
Fra Tommaso, però, che era di quei calabresi che hanno la testa dura e “lu vizzàrru pilu”, si finse pazzo. E sì, perché i pazzi non potevano essere giustiziati. Il processo a suo e a carico di altri iniziò il 1° settembre 1599 e si concluse, per Campanella, con la loro condanna a morte.
Arrestato, fu rinchiuso nella fossa del Miglio, in Napoli, insieme ai compagni di lotta, che furono giustiziati.
Di lui si occupò l’acritano Giuseppe Falcone, liberale, attivo per la causa risorgimentale, autore di numerosi scritti, ma poco noto se non dimenticato in patria.
Il suddetto fa una considerazione: “consapevole – scrive riguardo al Campanella – che l’uomo di merito è un pericolo per il potere arbitrario, e per renderlo impotente, bisogna soffocarne il genio”.
Tanto evidenzia esser consacrato nel seguente sonetto, composto dal grande perseguitato:
Il carcere
Come va al centro ogni cosa pensante
dalla circonferenza, e come ancora
in bocca al mostro, che poi la divora,
donnola incorre timente e scherzante:
Così di gran scienza ognun’amante
che audace passa dalla morta gora
al mar del vero, di cui s’innamora,
nel nostro ospizio al fin ferma le piante.
Ch’altri l’appella Antro di Polifemo,
Palazzo altri d’Atlante, e chi di Creta
il laberinto, e chi l’inferno estremo
Che qui non val favor, saper, né pieta,
io ti so dir, del resto tutto tremo,
ch’è Rocca sacra e tirannia segreta.
Durante la prigionia raccolse prose e versi il suo compagno di prigionia, Pietro Ponzio, detenuto per la stessa accusa e, anche lui miracolosamente “scampato dalla forca”.
Mediti chi vuole su quanto riportato e chi vuole approfondire cerchi le opere del Campanella e i commenti di autori postumi.
Giuseppe Abbruzzo
















