Educazione e democrazia

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Sono stata tra le promotrici di una conferenza internazionale nata nell’ambito del mio lavoro di ricerca e dal desiderio di interrogarmi, insieme a molte altre persone, su una questione oggi centrale: come tenere insieme educazione e democrazia in un mondo complesso, attraversato da trasformazioni profonde e difficili da governare. 250 panel, 1.600 persone iscritte, numeri raccontano una straordinaria mobilitazione collettiva. Ma, più ancora dei numeri, raccontano la necessità di uno spazio di discussione.

Nel corso di un intero anno, decine di persone hanno lavorato, proposto, discusso e costruito insieme un programma che ha coinvolto ricercatori e ricercatrici, insegnanti, studenti, professionisti e persone provenienti da diversi Paesi e da differenti ambiti disciplinari. La domanda che ha attraversato la conferenza è stata semplice solo in apparenza: come possiamo ripensare l’educazione e la democrazia in un mondo che è già profondamente cambiato e che continua a cambiare? C’è un detto cinese che recita: «Ti auguro di vivere in tempi interessanti». È una frase ambigua, perché può essere allo stesso tempo un monito, una sfida, un augurio e una minaccia

Oggi, forse, è tutto questo insieme. Viviamo una fase di profonda trasformazione, segnata da cambiamenti tecnologici rapidissimi, da una crescente incertezza economica e sociale, da nuove forme di disuguaglianza e da tensioni politiche che attraversano le nostre società. Le tecnologie digitali stanno modificando il modo in cui lavoriamo, comunichiamo, apprendiamo e costruiamo le nostre relazioni. L’intelligenza artificiale sta introducendo una trasformazione ulteriore, di cui non conosciamo ancora pienamente le conseguenze. In questo scenario, parlare di educazione significa inevitabilmente parlare di democrazia. E parlare di democrazia significa interrogarsi sul tipo di educazione che vogliamo costruire. Il rapporto tra educazione e democrazia riguarda tutti noi, attraversando discipline, istituzioni e generazioni.

Non è una questione che possa essere lasciata soltanto agli specialisti dell’educazione o della politica. Riguarda le scuole e le università, naturalmente, ma anche le famiglie, le istituzioni, il mondo del lavoro, le tecnologie, i media e gli spazi pubblici nei quali costruiamo quotidianamente le nostre idee sul mondo e sugli altri.

La conferenza ci ha invitato a guardare a questo rapporto da prospettive diverse. Una delle idee centrali emerse è che educazione e democrazia non possano più essere comprese separatamente dagli ambienti ecologici e tecnologici più ampi nei quali viviamo. Umani e non umani, tecnologie e istituzioni, società e ambienti sono sempre più interconnessi. Questo ci obbliga a ripensare anche una delle idee più semplici e più difficili dell’educazione: imparare a vivere insieme. Vivere insieme non significa soltanto convivere. Significa imparare a riconoscere le differenze, gestire il conflitto, ascoltare punti di vista diversi, costruire forme di cooperazione e assumersi responsabilità condivise. Significa anche comprendere che il nostro modo di abitare il mondo ha conseguenze sugli altri esseri umani e non umani, sulle generazioni future e sugli ambienti nei quali viviamo.

Un altro tema è stato quello della crescente datificazione del mondo e dell’educazione. I dati sono ormai parte integrante del modo in cui comprendiamo e organizziamo la realtà. Vengono utilizzati per valutare studenti e insegnanti, orientare politiche pubbliche, prendere decisioni, classificare persone e istituzioni, prevedere comportamenti. Ma i dati non sono neutrali. I modi in cui vengono raccolti, selezionati, classificati e interpretati contribuiscono a costruire la realtà che pretendono semplicemente di descrivere. Dietro ogni dato ci sono scelte, categorie, valori e forme di potere.

L’intelligenza artificiale rende questa relazione ancora più complessa. Gli algoritmi possono elaborare quantità enormi di informazioni e produrre risposte, classificazioni e previsioni in tempi che nessun essere umano potrebbe raggiungere. Ma proprio per questo dobbiamo chiederci chi costruisce questi sistemi, con quali dati, secondo quali criteri e con quali responsabilità. La questione non è quindi soltanto se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva. La domanda più importante è quale società vogliamo costruire attraverso le tecnologie che sviluppiamo e utilizziamo.

La conferenza ha affrontato anche il rapporto tra democrazia, educazione e mercato. I valori di mercato influenzano sempre più profondamente i sistemi educativi e contribuiscono a orientare desideri, aspettative e idee di successo, soprattutto tra le nuove generazioni. L’educazione rischia così di essere considerata prevalentemente in termini di investimento, competenze, performance e occupabilità, perdendo di vista altre dimensioni fondamentali: la formazione della persona, la costruzione del pensiero critico, la partecipazione alla vita collettiva, la capacità di immaginare mondi diversi.

Dobbiamo allora chiederci quale educazione vogliamo e, soprattutto, quale società vogliamo contribuire a costruire attraverso l’educazione. Quale ruolo possono svolgere ricercatori e ricercatrici, insegnanti, famiglie e giovani all’interno di un mondo sempre più digitalizzato? E come possiamo fare in modo che la trasformazione tecnologica non significhi semplicemente adattamento, ma diventi anche un’occasione per discutere collettivamente le direzioni che vogliamo prendere?

Un’altra grande questione ha riguardato il futuro dell’università. Le università sono sottoposte a pressioni crescenti: economiche, politiche, tecnologiche e culturali. Cambiano i sistemi di finanziamento, cambiano le modalità di valutazione della ricerca, cambiano le forme del lavoro accademico, cambiano le aspettative nei confronti delle istituzioni universitarie. Ma l’università non è soltanto un luogo nel quale si producono conoscenze utili al mercato. È anche uno spazio pubblico, un luogo nel quale è possibile formulare domande che non hanno una risposta immediata, mettere in discussione ciò che appare scontato, esercitare il pensiero critico e costruire conoscenza insieme agli altri. Per questo la domanda sul futuro dell’università è anche una domanda sul futuro della democrazia: come possono le università resistere alle pressioni che le attraversano e, allo stesso tempo, trovare nuovi modi per ripensare il proprio ruolo, la propria idea di conoscenza e il proprio rapporto con la società?

L’intelligenza artificiale è stata quindi affrontata non semplicemente come una minaccia o come una promessa. È stata discussa come una risorsa potente, capace di aprire possibilità straordinarie ma anche di produrre nuovi rischi. La questione diventa allora come gestirla e governarla. Come costruire forme di intelligenza artificiale che non ci conducano verso una visione distopica del futuro, ma che possano invece contribuire a rafforzare l’autonomia delle persone, la partecipazione democratica e la produzione condivisa di conoscenza?

Non esistono risposte semplici. Molte domande restano aperte. E forse questo è uno degli esiti più importanti dell’incontro. Una conferenza scientifica non deve necessariamente produrre risposte definitive. Può creare le condizioni perché le domande diventino più precise, perché prospettive diverse possano incontrarsi, perché ciò che sembrava ovvio possa essere nuovamente messo in discussione. In fondo, abbiamo fatto una cosa molto semplice: abbiamo messo insieme delle persone. Abbiamo creato uno spazio nel quale studiosi e studiose, insegnanti, studenti e persone impegnate nel mondo dell’educazione hanno potuto incontrarsi, parlare, ascoltare, dissentire, confrontarsi e pensare insieme.

È questo che l’università può fare al suo meglio: collegare menti e corpi attorno a questioni, domande, conflitti e possibili soluzioni. Ed è forse questa una delle sue funzioni più importanti in tempi complessi: non fornire necessariamente risposte immediate, ma mantenere aperto lo spazio nel quale le domande possano essere poste, discusse e condivise.

Organizzare una conferenza di queste dimensioni significa anche misurarsi con la complessità. Dietro ogni numero ci sono persone, relazioni, lavoro, imprevisti, errori, energie e responsabilità. Una grande iniziativa collettiva non è mai il risultato del lavoro di una sola persona. È il risultato di una comunità che, per un certo periodo, decide di lavorare insieme attorno a un’idea. Torniamo a casa con molte domande. Ma forse anche con un po’ più di fiducia nella possibilità di intervenire culturalmente e politicamente sul presente attraverso il nostro lavoro di ricerca e di insegnamento. Non è poco.

Perché in questi tempi interessanti, educazione e democrazia non sono semplicemente due campi di ricerca. Sono responsabilità collettive. E la possibilità di immaginare un futuro diverso può forse iniziare proprio da qui: dalla capacità di continuare a incontrarsi, a discutere, a dissentire, a pensare insieme. Forse non tutto è perduto. Forse, anche in tempi così complessi, possiamo ancora costruire spazi di possibilità. Per l’educazione, per l’università, per la democrazia.

Assunta Viteritti

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