Decreto
Il recente decreto-legge sulla scuola (Decreto-legge 30 settembre 2026, n. 170, G.U. n. 227 del 30 settembre 2026) contiene anchequalche misura utile come le risorse per il contrasto alla dispersione, sostegno agli studenti con disabilità, libri di testo, cyberbullismo e interventi legati al PNRR ma l’impianto complessivo solleva una questione politica di fondo: quale idea di scuola pubblica sta costruendo il governo?
Il punto più controverso riguarda, come sappiamo, gli studenti stranieri. Presentata nel 2010 e sottolineata dal presidente della Repubblica come misura di integrazione, la soglia del 30% nelle classi prime è trasformata in una questione sociale e territoriale e in un problema di composizione delle classi. Il criterio indicato dal decreto riguarda gli studenti privi di una precedente frequenza scolastica pluriennale in Italia, quindi, non coincide con una generica “quota di stranieri” (sulla parola straniera sorvolo, è una parola che ha una storia sociale controversa). La misura rischia di produrre effetti di separazione proprio nei territori in cui la scuola dovrebbe svolgere la sua funzione più importante: garantire a tutti le stesse opportunità, indipendentemente dalla provenienza familiare.
Se una classe è numerosa di studenti che non parlano ancora bene l’italiano, la risposta dovrebbe essere innanzitutto mettere la scuola nelle condizioni di accompagnarli. Servono mediatori linguistici, docenti di italiano, tempo scuola, personale amministrativo e collaboratori scolastici, formazione degli insegnanti e servizi territoriali. Distribuire gli studenti fra istituti diversi può invece diventare, soprattutto nelle areedel paese più fragili, una forma ulteriore di segregazione scolastica. Il problema non sono quindi gli studenti stranieri: è la disuguaglianza delle risorse con cui le scuole affrontano le situazioni differenti e la questione delle differenze.
Anche il richiamo alle famiglie che incontrano barriere linguistiche merita una attenzione critica. Coinvolgere i servizi sociali può essere necessario quando esistono effettive situazioni di disagio, ma la difficoltà linguistica di una famiglia non dovrebbe diventare, di per sé, un indice di problematicità. L’integrazione passa prima di tutto dalla costruzione di rapporti di fiducia fra scuola, famiglie e territorio.
C’è poi nella misura una contraddizione più generale. Il decreto promette inclusione, ma molte delle sue indicazioni sembrano affidarsi alla capacità delle singole scuole di organizzarsi con risorse già disponibili. È il caso particolarmente, per esempio, del Latino alle medie, si tratterebbe, alla fine della storia, di una sola ora facoltativa aggiuntiva dal 2027/28 può essere una possibilità interessante sul piano didattico, ma il decreto precisa che dovrà essere realizzata con le risorse umane, strumentali e finanziarie già disponibili. Le nozze con le prugne secche. In altre parole, una nuova opportunità rischia di dipendere dalla fortuna di frequentare una scuola che abbia già docenti, spazi e organizzazione adeguati. Un decreto che somma diseguaglianze a diseguaglianze.
Il rischio, insomma, è quello di intervenire sui sintomi senza affrontare abbastanza le cause. La dispersione non nasce dalla mancanza di una procedura amministrativa; nasce dalla povertà educativa, dalle disuguaglianze economiche, dalla precarietà abitativa e lavorativa, dalla distanza dai servizi. E le difficoltà linguistiche degli studenti arrivati da poco non si risolvono spostandoli da una classe all’altra.
Una politica progressista della scuola dovrebbe partire da un principio semplice: non dividere gli studenti perché sono diversi, ma dare di più alle scuole che devono affrontare maggiori difficoltà. L’inclusione non è distribuire meglio il problema; è mettere tutte le scuole nelle condizioni di affrontarlo.
La vera scommessa, quindi, non dovrebbe essere stabilire quanti studenti stranieri possano stare in una classe, né affidare nuove opportunità alle “risorse disponibili”. Dovrebbe essere costruire una scuola pubblica capace di garantire a ciascuno — italiano o straniero, con o senza disabilità, ricco o povero — il diritto concreto a imparare. È su questo terreno che un decreto sulla scuola dovrebbe essere giudicato.
Assunta Viteritti














