Bambine
Quando la guerra colpisce bambine, come in Iran, l’8 marzo diventa un richiamo alla responsabilità del mondo. Qualcuno ha chiamato la tragedia della scuola in Iran, colpita dagli attacchi americani e israeliani, “effetti collaterali” ma dietro questa espressione fredda e burocratica si nasconde una delle conseguenze più brutali e sistematiche di ogni conflitto: ancora una volta la morte di civili innocenti, spesso bambine e bambini.
In Iran l’escalation militare sta mostrando il volto più crudele della guerra. 180 bambini sono stati uccisi e molti altri feriti, tra loro 168 bambine morte quando il 28 febbraio l’attacco ha colpito la scuola elementare femminile a Minab, nel sud dell’Iran. La maggior parte delle vittime aveva tra i 7 e i 12 anni. A queste si aggiungono altri bambini uccisi in diverse scuole del Paese.
Le scuole, che dovrebbero essere luoghi di crescita e sicurezza, si trasformano in scenari di morte. Secondo le informazioni disponibili, almeno 20 scuole e 10 ospedali sono stati danneggiati dagli attacchi, interrompendo l’accesso all’istruzione e alle cure sanitarie per migliaia di minori.
Dobbiamo sgombrare il campo da ogni equivoco: quello iraniano è un regime criminale che da decenni reprime duramente i diritti e le libertà fondamentali, soprattutto quelle delle donne.
Il paradosso però è evidente e un’operazione presentata come un intervento per “restituire libertà” alle donne nega loro la vita. Ma questa tragedia non riguarda solo l’Iran, i dati Unicef indicano che l’escalation delle ostilità in Medio Oriente e nella regione più ampia sta coinvolgendo oltre 100 milioni di bambine e bambini in almeno 15 Paesi, tra cui Iran, Iraq, Israele, Libano, Siria, Turchia e Territorio palestinese occupato. I bambini sono i primi a pagare il prezzo più alto: perdono la casa, la scuola, la routine e la comunità che garantisce loro stabilità.
A Gaza e in Cisgiordania, le restrizioni e la chiusura dei valichi aggravano ulteriormente una situazione già drammatica, limitando l’accesso agli aiuti e ai servizi essenziali.
Ogni guerra è prima di tutto una guerra contro i bambini. Quando le ostilità si intensificano, sono loro a soffrire per primi: affrontano paura, traumi psicologici, perdita dei propri cari, interruzione dell’istruzione e mancanza di cure sanitarie. Le guerre hanno delle regole. I bambini dovrebbero restare fuori dal conflitto ma accade il contrario e le scuole e gli ospedali diventano bersagli, le città campi di battaglia, l’infanzia un territorio vulnerabile.
Per questo le organizzazioni umanitarie chiedono con urgenza la cessazione delle ostilità e il rispetto del diritto internazionale. Proteggere i minori e le infrastrutture civili non è solo un obbligo giuridico ma è soprattutto una responsabilità morale della comunità internazionale.
Alla vigilia dell’8 marzo, la Giornata internazionale dei diritti delle donne, la tragedia delle bambine di Minab assume un significato ancora più potente. Quella giornata nasce per ricordare le conquiste, ma anche le lotte ancora aperte per l’uguaglianza e la libertà delle donne.
Pensare alle bambine morte in una scuola mentre cercavano semplicemente di studiare significa ricordare che, in molte parti del mondo, il diritto più elementare — vivere, imparare, crescere — non è garantito.
L’8 marzo non può essere solo una celebrazione, deve essere anche un momento per guardare alle bambine che non avranno la possibilità di diventare donne, perché una guerra ha interrotto la loro vita prima ancora che potessero immaginare il futuro.
Assunta Viteritti















