L’illusione della Terza Repubblica: anatomia di una capocrazia eletta dal venti percento

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Nel dibattito d’aula sulla nuova legge elettorale blindata a colpi di fiducia a scapito del confronto parlamentare risuona come un monito la rivendicazione di Giovanni Donzelli: considerare scandaloso contestare che «chi prende un voto in più comanda», salutando l’esito come l’ingresso nella «Terza Repubblica».

Nel lessico istituzionale le parole sono sostanza. Donzelli non ha parlato di «rappresentare» o «governare», ma ha scelto deliberatamente il verbo comandare. In questa torsione si consuma la mutazione genetica della democrazia parlamentare in una capocrazia elettiva, dove il voto cessa di essere espressione della sovranità per ridursi a una delega in bianco nelle mani del capo.

Dietro la retorica della stabilità si cela, nei fatti, un premeditato attacco alla rappresentanza democratica. Lo dimostra la struttura stessa della norma: un premio di maggioranza abnorme concepito per gonfiare artificialmente il consenso, la riproposizione dei capilista bloccati che espropriano i cittadini della preferenza a favore delle segreterie di partito, e il grave arretramento sulla mancata alternanza di genere, che calpesta il principio costituzionale di parità nell’accesso alle cariche elettive.

A blindare questa cittadella oligarchica interviene la barriera dell’enorme quantità di firme da raccogliere, un’impalcatura burocratica vessatoria congegnata per soffocare sul nascere la concorrenza di nuove forze politiche. Il Parlamento non è più lo specchio plurale della società civile, ma un’assemblea di fedelissimi nominati dall’alto, ridotta a passacarte notarile dell’esecutivo.

A rendere l’artificio ancora più stridente è la realtà dell’astensionismo di massa. Con oltre un terzo degli elettori lontano dalle urne, chi prevale finisce per raccogliere appena il venti percento dei consensi degli aventi diritto. Si compie così un paradosso inaccettabile: una minoranza sociologica viene incoronata padrona d’Italia per alchimia normativa, libera di governare senza dover rispondere all’ottanta percento del Paese che non l’ha scelta.

Riemerge la «tirannia della maggioranza» paventata da Tocqueville: l’illusione che un’investitura dopata conferisca una patente di onnipotenza. A farne le spese è anzitutto il Presidente della Repubblica: spogliato del ruolo di arbitro neutrale e della discrezionalità sullo scioglimento delle Camere, il Colle viene declassato a notaio, esposto all’accusa di ingerenza ogni volta che eserciterà i suoi doveri di garanzia contro il volere del Premier.

La medesima sorte minaccia la Corte Costituzionale. Nata come argine a difesa della Carta Costituzionale, la Consulta rischia di subire lottizzazioni forzate da un Parlamento monocolore. Soprattutto, ogni suo rilievo su leggi incostituzionali verrebbe fatalmente delegittimato come un sabotaggio politico ordito da giudici non eletti contro la sovranità popolare.

Battezzare questa deriva come «Terza Repubblica» è una finzione retorica. Consegnare le chiavi dello Stato a una minoranza del venti percento ed erodere i contrappesi istituzionali non è modernità, ma la restaurazione dell’uomo solo al comando. Una democrazia vive di limiti, garanzie e tutela del dissenso: sacrificarli sull’altare del comando non apre una nuova stagione, ma liquida silenziosamente il patto costituzionale.

Giuseppe Ferraro

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