Francesco Maria Greco e l’ospedale “Charitas”: Una luce nel buio della Calabria del primo Novecento.

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Beato Francesco Maria Greco

Ci piace scrivere – sollecitati da più parti – di una figura straordinaria nel panorama della Calabria a cavallo tra fine Ottocento e primo Novecento, il Beato Francesco Maria Greco, qui analizzato, evidentemente, non nella sua accezione agiografica ma come apostolo sociale e di carità.

Francesco Maria Greco nacque ad Acri (CS) la notte tra il 25 e il 26 luglio 1857 da Raffaele, farmacista, e da Concetta Pancaro, figlia di un medico. L’ambiente familiare di origine era, quindi, agiato. Particolare interesse nella sua prima formazione rivestì lo zio materno, il sacerdote don Luigi Pancaro. Primogenito di quattro figli, ricevette una prima formazione scolastica e religiosa dallo zio prelato.

Conseguita, da privatista, la licenza ginnasiale al «Bernardino Telesio» di Cosenza, proseguì gli studi liceali a Napoli, dapprima nel Liceo «Vittorio Emanuele», dove fu allievo del Padula, poi presso il Liceo arcivescovile. È in questo periodo, tra il 1876 e il 1877, che il Nostro maturò l’idea di farsi prete.

L’ambiente sociale e religioso della Calabria del secondo Ottocento presentava alcune connotazioni particolari, che è bene evidenziare prima di inoltrarci ulteriormente nell’analisi del personaggio. Sull’ambiente sociale, composto per la stragrande maggioranza da persone che vivevano ai margini, spesso al limite e oltre il limite della sussistenza, e da un manipolo di «galantuomini» – interessati esclusivamente ad accrescere il loro patrimonio e mettere le mani sui terreni demaniali –, ci piace cedere la parola a Vincenzo Padula (Acri 1819-1893) che, in Persone in Calabria, così si esprimeva a proposito di Acri, suo paese natale:

Acri è un paese originale: ha da dodici a quattordicimila abitanti, gli
uomini vi sono ingegnosi, sobri, provvidi, amanti della fatica ed indefessi;
le donne belle, ardite, graziose parlatrici e d’irresistibile seduzione.
Acri, insomma, ha tutti gli elementi per riuscire un bel paese,
e nondimeno il popolo vi è barbaro, maligno, feroce, privo ch’egli
dell’educazione religiosa e civile. Non ha la prima, perché il numeroso
suo clero non pensò mai di dargliela ed i parrochi o furono rape o intesi
soltanto a far denaro; e non ha la seconda, perché disgraziatamente i
galantuomini tutt’altro gli diedero che esempi di moralità.
Colà il feudalesimo è in tutto il suo vigore, il popolo vi è oppresso,
rubato, disonorato; né altrove, quanto ivi, è così profondo l’odio della
gente minuta contro la gente in falda. E tutte le volte che vi ebbe rivolgimento
politico, il primo grido di quel popolo maligno fu sempre:
morte ai galantuomini.”1.

Quanto al contesto religioso complessivo della Calabria di quegli anni, è il prof. Giorgio Vecchio a darci un quadro di straordinaria efficacia:

Caratteri consuetudinari e perfino superstiziosi si mescolano nel determinare una religiosità vissuta spesso al di fuori delle parrocchie, centrata invece attorno a santuari e mete di pellegrinaggio, alimentata dalla partecipazione a manifestazioni pubbliche quali le processioni, […] presenta forme di privilegio e di chiusura mentale che finiscono
per nuocere alla maturazione di una religiosità genuina. […] La Calabria accentua parecchi elementi negativi, che contribuiscono a rendere particolarmente debole il tessuto ecclesiastico. […] Un clero che svolge primariamente (e spesso esclusivamente) la funzione di amministratore dei sacramenti, sfuggendo a un impegno pastorale a tutto campo: trascurata è la liturgia, del tutto disattesa è la catechesi […] alquanto assente la stessa dimensione della carità
2.

Non prescindere dalla presenza di un clero privo di vocazione, «fannullone e dedito solo alla cura dei propri interessi materiali»3, è condizione essenziale per capire le difficoltà che si trovò ad affrontare monsignor Greco nel suo percorso di rinnovamento e di impegno sociale. Fonderà, insieme con suor Maria Teresa De Vincenti, l’Istituto delle Piccole Operaie del Sacro Cuore. Le suore furono e sono attive sia nella cura dei bambini – compreso il percorso di catechesi e di avviamento verso una fede consapevole – che nell’assistenza ai bisognosi. Notevole fu l’impegno dell’arciprete, nel 1915, durante una terribile e perniciosa epidemia di morbillo ad Acri, che provocò non pochi decessi. Qualche anno dopo, nel 1917, il prelato sarà attivo nell’assistenza ai malati nel corso dell’epidemia influenzale, tristemente nota come «spagnola».

Man mano che l’azione pastorale o sociale progrediva, si intensificavano, parallelamente, le lettere anonime e le segnalazioni contro l’arciprete, indirizzate al vescovo mons. Salvatore Scanu. Le accuse s’incentravano particolarmente sulla scarsa selezione delle consorelle e su una serie di altri rilievi risibili, ai quali, tuttavia, il vescovo sembrava prestare particolare credito e attenzione. Non poche volte l’arciprete di Acri fu costretto a giustificazioni scritte e spesso umilianti, mantenendo sempre, però, un atteggiamento volto all’obbedienza, pur nell’evidente amarezza che traspare dai suoi scritti. Le difficoltà e le infamie non fermarono mons. Greco, che trascorse la sua intera esistenza occupandosi della cura del prossimo. L’opera più importante fu, per lo meno nell’ottica di chi scrive, l’edificazione dell’ospedale «Charitas», grazie anche alla collaborazione con l’amministrazione comunale di Acri.

Su «Cronache di Calabria» del 25 giugno 1913 apparve un breve articolo inviato da Acri da Barbarin, pseudonimo di Antonio Julia che, in quegli anni, inviava la corrispondenza al suddetto periodico. In questo articolo si riporta la notizia che monsignor Greco aveva ritenuto necessario dotare Acri di un ospedale e di un educandato. Il presidio sarà, infatti, costruito e funzionerà nell’ex convento dei minimi che il Comune cederà per l’importante realizzazione. Il nome scelto per il nosocomio – appunto «Charitas» – richiamava il motto di San Francesco di Paola. Ecco, di seguito, l’articolo:

“A pro di un educandato e di un ospedale, che mercé l’opera assidua della egregia signorina De Vincenti Raffaella, coadiuvata da altre suore, si sta qui costruendo, sono ricostituite in Comitato di beneficenza le gentilissime signore D. Adelina Giannone in Salvidio e D. Leonilde Salvidio (sic) in Falcone, appartenenti a due delle più nobili e cospicue famiglie Acresi; nonché le signorine De Vincenti Raffaella e Falcone Carmela. Esse hanno, già, incominciato a raccogliere personalmente, presso le famiglie del nostro paese, l’obolo necessario, passando col sorriso e la grazia, che le distingue, in mezzo alla deferente ammirazione dell’intera popolazione, andando incontro alle sante e giuste aspirazioni dell’intero paese, il quale, unanime, concorre e plaude all’opera benefattrice, che tanto onora e rende sempre più meritevole di stima chi così nobilmente vi partecipa”4 .

L’apertura provvisoria dell’Ospedale avvenne il 2 aprile 1916, presente il sindaco di Acri, Antonio Feraudo, ma non il vescovo, con grande dispiacere di Francesco Maria Greco. Il 22 aprile 1916 si verificò il primo ricovero nel «Charitas». L’inaugurazione solenne avvenne, invece, alla fine dei lavori, il 21 febbraio 1926, alla presenza stavolta del vescovo. L’ospedale si divideva in due sezioni: una per i «poveri», gestita con i contributi del comune; l’altra per gli «abbienti», cioè in grado di pagarsi degenza e interventi. Annesso all’ospedale era attivo un ambulatorio. L’assistenza infermieristica era garantita dalla Piccole Operaie. L’ospedale è stato attivo fino ai primi anni Settanta del secolo scorso: per oltre mezzo secolo il «Charitas» ha garantito assistenza e interventi a poveri e ricchi, non solo per gli acresi ma anche per i paesi vicini, compresi i numerosi comuni albanesi limitrofi. La chiusura ufficiale del nosocomio avvenne nel 1976, ma l’istituzione aveva smesso di essere operativa già qualche anno prima.

Facciata dell’Ospedale “Charitas” – foto Milizia

L’ospedale si avvaleva dell’opera di valenti medici e fini chirurghi, tra cui è doveroso ricordare il dott. Pompilio Rodotà, il dott. Rocco Docimo, il dott. Francesco De Caro. Notevole era la mole degli interventi che venivano eseguiti al «Charitas», compresa la chirurgia dell’addome, della tiroide e, in qualche caso, anche interventi sul rachide.

Venivano praticate anche manovre come pneumotorace terapeutico (collasso del polmone, attraverso l’ingresso di aria nella pleura), in voga fino agli anni Cinquanta per la cura della Tbc polmonare, nonché toracentesi, ossia drenaggio di liquido dalle cavità pleuriche. Una parte cospicua dei finanziamenti, soprattutto per l’acquisto delle apparecchiature per la sala operatoria e per lo sterilizzatore (il precursore dei moderni autoclavi ospedalieri), venne fornita dagli emigranti d’America, che risposero in misura notevole all’appello loro rivolto tramite missiva da monsignor Greco. Assai meno generosi furono, per la verità, gli abbienti locali.

Una Stanza dell’Ospedale

Il «Charitas» ha rappresentato per Acri e i paesi viciniori un punto di riferimento sia per le cure mediche che per quelle chirurgiche. Solo qualche anno dopo la chiusura del «Charitas», precisamente nel 1978, Acri fu dotato di un ospedale pubblico, intitolato all’allora «Beato Angelo», compatrono della città, da poco più di un anno proclamato Santo. L’opera fu il frutto di lotte di popolo e impegno non comune delle forze politiche e amministrative del tempo. Oggi l’ospedale «Beato Angelo» è stato fortemente depotenziato e privato di servizi essenziali.

Una corsia del “Charitas”

Monsignor Francesco Maria Greco morì ad Acri il 13 gennaio 1931, all’età di 73 anni. Subito dopo la sua morte cominciò un’intensa opera di riconoscimento dei meriti e delle virtù, a partire proprio da chi lo aveva maggiormente ostacolato. Nel maggio del 2016 la Chiesa ha proclamato «Beato» mons. Greco, in seguito al riconoscimento di un miracolo avvenuto per sua intercessione.



1. V. Padula, Persone in Calabria, a cura di C. Muscetta, Sera, Milano 1950,p. 515.
2. G. Vecchio, Francesco Maria Greco prete calabrese, cit., pp. 20-21.
3. Ivi, p. 23.
4. Da «Confronto» – Periodico democratico di informazione e dibattito politico culturale – Fondato e diretto per 40 anni da Giuseppe Abbruzzo – Acri, a. XXXIX, n. 5, maggio 2013, p. 6 .

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4 risposte

  1. Franca Azzarelli ha detto:

    Le caratteristiche sociali e religiose della Calabria del Beato Francesco Maria Greco esaltano ancor di più l’operato di quest’ultimo. Con un clero dai forti interessi materiali e con degli amministratori privi della volontà di migliorare le condizioni sociali del popolo, l’azione fortemente sociale di F. M. Greco rifulge di azione avveniristica.
    Non dimentichiamo, infatti, che l’avanzamento sociale di uno Stato o di qualsiasi società si misura dai servizi che si riesce ad assicurare ai popoli.
    Il dottore Conocchia, con il suo articolo, è riuscito a sollecitare in noi orgoglio per una bella e valida figura di religioso.

  2. Massimo Conocchia ha detto:

    La professoressa Azzarelli, come sempre, ha centrato il punto focale della questione: una figura titanica di religioso, che emerge e rifulge in un ambiente sociale e religioso tutt’altro che brillante. Ciò che ha fatto Francesco Maria Greco per Acri e i paesi vicini ha dell’incredibile. Compito nostro, oggi, è esaltarne l’operato e rimarcare una figura eccezionale, di uomo, di operatore di bene e di religioso.

  3. francesco Curto ha detto:

    Che bella figura umana e santa questo nostro concittadino. Un santo del nostro tempo. Un programma di una vita: La cura e l’assistenza per il popolo e un’opera di educazione dei figli del popolo. A riguardo non si può non ricordare amorevolmente la De Vincenti che meriterebbe molto di più per la memoria delle generazioni future. F. M. Greco, Un prete che sarebbe piaciuto oggi molto a Francesco. Una vita spesa per gli altri. Da parte mia rispetto e venerazione.
    Grazie Massimo perchè con i tuoi interventi ci consegni pezzi di storia del nostro paese e uomini che hanno dato con amore assistenza e conforto. Questi uomini devono essere per noi il faro e un punto di riferimento per poter comprendere gli altri e magari conoscere noi stessi.

  4. Massimo Conocchia ha detto:

    Hai ragione, caro Franco, questi uomini dovrebbero rappresentare un paradigma, un esempio di vita, per avere speso interamente le loro esistenze al servizio degli altri e per gli altri. Francesco Maria Greco è un esempio per credenti e non credenti. Grazie Franco per le tue puntuali e acute osservazioni.

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