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La poesia pungente e satirica di Peppino Pirillo

Nel prosieguo del nostro incessante lavoro di recupero del patrimonio letterario ed artistico locale, ci occupiamo, oggi, della figura e dell’opera di Peppino Pirillo, fratello del Maestro Vincenzo e, al pari di quest’ultimo, personalità dotata di un naturale talento poetico, che gli ha permesso di descrivere usi, costumi, vizi e virtù del nostro modo di essere.

Peppino Pirillo era un acuto osservatore, in grado di percepire e “dipingere” alcune nostre espressioni lessicali, intercalari e, in questo lavoro di descrizione e di satira, non risparmiava nessuno.

La poesia di Pepino Pirillo, spoglia di superiori idealità e complessi moralismi, altro non è che saggezza di vivere, misurazione attenta e paziente delle contingenze quotidiane, che le regole sociali e i condizionamenti e le casualità della vita giorno per giorno offrono e impongono, e con cui bisogna misurarsi adoperando, innanzitutto e soprattutto, il buon senso e il rispetto dei più elementari ma fondamentali imperativi categorici della vita. La multiforme esperienza del reale è stata la grande scuola di formazione umana e intellettuale del poeta, spirito critico e fervido di formazione e di lettura. Autodidatta esemplare, fu lettore avido di poeti soprattutto e di libri di storia. Peppino Pirillo era in grado di usare magistralmente la satira per connotare alcune nostre particolarità.

In una delle più belle poesie che ci ha lasciato – che riproponiamo di seguito – prende di mira la sorella, cogliendo dalle labbra di quest’ultima un intercalare tipico del nostro dialetto e delle nostre donne: “porcarìa”. Il termine veniva e viene tutt’ora usato per connotare negativamente un oggetto, un luogo o una persona. E’ inutile dire che la sorella del nostro non prese benissimo il dipinto che il fratello gli aveva confezionato. Di seguito la poesia.

A sùorima

Tiegnu a sùorima, ‘a struita,

‘na vadenti mastra ‘e scoda,

ca ‘nsignò, ppe tutt’’a vita,

la scrittura e la parola,

ma, purtroppu, ‘ncap’ad illa,

una suda c’è rimasta,

‘na paroda pittirilla,

ch’alla sentari ti scasta

pur’’i petri ‘e mmenz’’a via:

                                                      Porcarìa!

Si ci puorti ‘nu rigàlu

‘u cchiù biellu ‘u cchiù custusu,

ti ringrazzia: – Nun c’è màlu! –

dici appena, a mussu chiusu,

ma, intr’ad illa, si prisenta,

cumu spiritu malignu,

‘a parola cchiù ‘ndecenta,

ppe, ti diri, arriet’’e tia:

                                                Porcarìa!

Si va d’illa ad accattàri

Tuttu è buonu e genuinu,

tutt’’u juornu ‘a teni pari:

– Chissu è càsu! …Chissu è vinu!

VI’ cchi russi…vi’ cchi d’ova!

Chissu è d’uogliu ‘e chillu finu!…

Intr’’u munnu nun si trova…

Iu a tutti li ‘mpapinu!… –

E ti fa ‘na litanìa, tutt’’i juorni:

                                                            Porcarìa!

Nun ti dicu l’atri cosi,

chi lllì giranu alla menti,

li ‘ngegnieri, li dutturi

‘mbacci ad illa ‘u’ valu’nenti,

cà misura la pressiona,

ccu’ ‘na granni precisiona,

e, si dici ca fissìa, ti rispunna:

– ‘N’atra sperta cum’e mia

nun si trova:

                                                           Porcarìa!

A politica sugnu ‘na  spertùna,

Cà sient’’a ràdia tutti li matini,

De li sentenzi nu’ ni sbaglui una,

Cà ‘mpastu intra ‘nu pugnu Spatolini,

Natta, Andriotta, Craxi ccu’ De Mita

E tutti, ‘e ssa sballata cumpagnia

                                                                    Porcarìa!

Iu sugnu veramenti ‘na  spertùna,

iu, sugnu ‘na mastruna ‘e medicina,

iu, sugnu dotta, cum’’un c’è nissuna

donna, e, fatigu ‘e da sira alla matìna,

cà la mia casa jissi alla ruvina,

si nun ci fussi la spertienzia mia…

                                                                   Porcarìa

Certi voti, a certa genti,

‘a struzziòna ‘un servi a nenti! *

*La poesia è stata pubblicata sul n.6, anno XI, giugno 1985, di “Confronto”.

Massimo Conocchia

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