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Don Ignazio Boerio dal bizzarro pelo

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Un fatto merita di essere riportato alla ribalta, perché dimostra il “bizzarro pelo” di un calabrese. Non era persona del basso popolo, come si diceva all’epoca, ma patrizio. Come tale si penserebbe a persona a modo e timorata di Dio, invece…

Don Ignazio Boemio, patrizio Catanzarese, non doveva essere uno stinco di santo.

Nel 1763 fu trasferito dalla città natale a Napoli nelle carceri della Vicaria. Il suddetto era “inquisito di più omicidj e di ratto e condannato al presidio in vita”, come scrive un cronista nel 1777.

Questi, il 5 aprile, invia a un giornale dell’epoca qualcosa che conferma la nostra sottolineatura iniziale.

“nel tempo che si era dato di nullità a tal sentenza (ndr quella più su citata) meditò in questa guisa la fuga. Propose Don Ignazio Boemio di voler erigere un piccolo Teatro nelle carceri per suo sollievo, e in esso con altri rappresentarvi delle Commedie”.

Come negare a un patrizio, seppure in carcere con quelle gravi accuse, una concessione così lodevole? Si diede l’assenso immediato non dubitando nemmeno che il calabrese patrizio potesse macchinare qualcosa. Ma!

 “Ebbe la malizia – ci informa il cronista, riguardo al teatro – di situarlo accosto al muro ove era la finestra ferrata, che corrispondeva sulla strada, la qual finestra rimaneva coperta dal Teatro medesimo. Ciò eseguito, e datosi principio alle Rappresentanze (ndr rappresentazioni), con somma avvedutezza si limarono le ferrate, e quando fu l’opra al segno desiderato, in una notte fu tolta la porzione de ferri limata, e per la finestra si calò in strada con i lenzuoli il detto reo Gentiluomo con due altri, fra’ quali un Prete”.

Di quest’ultimo non si riporta come e perché fosse finito in carcere.

“Nella strada – continua il giornalista – eranvi molte persone appostate per assistere il fuggitivo, e lo condussero sopra una barca già preparata, che immediatamente fece vela. Il Prete poi nel tempo che si calava dall’ istesso luogo andò a posare sopra il terrazzino di un casotto, che rimane sotto la finestra, e credendo esser giunto in strada cominciò a correre, onde caduto dal terrazzino si ruppe una gamba. Accorse al rumore, ed alle strida la Pattuglia de’ soldati, e birri, ma già il reo principale se n’ era fuggito, e solo potettero ricondurre in potere della Giustizia il disgraziato Prete”.

Di Don Ignazio non se ne seppe più notizia aveva riacquistato la libertà.

Il popolo ha proprio ragione: Amaru a chi mori! (Misero colui il quale muore!); ricorda, ancora, che i danari fanno cantare i ciechi.

Giuseppe Abbruzzo

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