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La magia del contatto (seconda parte)

Quando gli esseri umani riescono ad aiutarsi a vicenda, la vita è senz’altro un’altra cosa. Si fa meno fatica e si percepisce quel senso di affettività che riscalda l’esistenza. Questa, però, è una bella teoria.

All’atto pratico, all’essere umano piace esercitare l’inutile arte del vittimismo. Ci converrebbe abbandonare la lamentela che ci piace tanto e guardare con più cura quanto ci accade. Dovremmo metterci in testa che questa Terra non è abitata da una popolazione di ingrati. E non abitiamo neanche in un pianeta oscuro e cattivo. Dipende tutto da noi.

Non sempre quello che vedono i nostri occhi coincide con ciò che accade. Può capitare di essere distratti , di avere la testa da un’altra parte, di fare tanta confusione. Si vive male – come se non bastasse il coronavirus – provocando una grande sensazione di assenza.

In realtà noi siamo là dove è puntato il nostro occhio interno. E’ da lì che nasce la nostra attenzione ed è da lì che scaturiscono le energie che guidano i nostri gesti.

Vado, di tanto in tanto, alla Basilica del Santo Angelo di Acri, perché il silenzio assoluto mi aiuta a liberare la mente. Poi alzo gli occhi e vedo una telecamera utilizzata per le riprese delle funzioni religiose. A questo punto, mi si è accesa una lampadina. L’operatore, prima di cominciare il suo lavoro, prende la telecamera e la gira verso di sé. La guarda, la sistema e la controlla. Non può fare le riprese senza aver controllato, pulito, tarato la telecamera. Altrimenti può succedere un imprevisto e la trasmissione si ferma. Fatto questo, gira la telecamera e può vedere tutto. Tutto escluso se stesso.

Quindi, la prima cosa da fare è puntare la telecamera su di noi. Non possiamo andare verso l’altro se prima non abbiamo rimesso le cose a posto. Ciò vuol dire sapere come stiamo e dirselo.

Questa fase non si può saltare mai, altrimenti proiettiamo inevitabilmente i nostri stati d ’animo sugli altri. Quando poi possiamo girare la nostra telecamera, smettiamo di pensare a noi stessi. Guardiamo l’altro, parlano gli sguardi. Ci tocchiamo e produciamo luce e calore. Molte volte, soprattutto in questo periodo di distanziamento, gli altri non colgono il contenuto razionale delle nostre parole, ma l’aspetto emotivo e questo, spesso, basta e avanza.

Dobbiamo imparare a usare la nostra telecamera. Non è facile per niente. Non è una faccenda tecnica. E’ un atteggiamento che trova origine dentro il mondo delle nostre scelte, dei nostri valori, nel nostro cuore.

Vuoi qualche esempio ? Va bene.

Hai presente quelle volte che sei andato da una persona per sfogarti e quella persona ha smesso di ascoltarti e ha cominciato a parlare di sé ? E, dopo poco, hai cominciato a sentirla lontana, come se non esistessi. Ora, prova a rovesciare la situazione. Quante volte qualcuno è venuto perché stava male e hai ascoltato le sue parole solo qualche secondo? Hai ascoltato solo te stesso e cominciato a dire ad alta voce solo parole che ti rassicuravano. E lui dov’era finito? Chissà.

Se una persona viene a chiederci una mano, dobbiamo girare la nostra telecamera. Solo così riusciremo a stabilire un contatto. E’ come se a uno che si è slogato un polso gli offrissimo un gelato. Certo,  il gelato rinfresca, non c’è dubbio. Ma  gli servirà? Credo di no.

E magari la sera penseremo che tanto a questo mondo “a noi non dà retta nessuno“.

Immaginiamo adesso una situazione rovesciata nel senso del ricevere. Un giorno hai incontrato una persona che stava male. Accenna qualcosa, ma poi sdrammatizza, ci fa una battuta e alla fine ti dice che andrà tutto bene.

E tu che hai capito? Che ce la farà.

Ora immagina di essere tu quello che sta male. Perché non chiedi aiuto con chiarezza? Hai paura del rifiuto? Hai paura di essere di peso? Ti aspetti che l’altro capisca da solo?

C’era, tempo fa, uno spot pubblicitario che diceva: “ per l’uomo che non deve chiedere mai “. No, non è vero: l’uomo e la donna devono chiedere e con chiarezza.

Ci vediamo, ci parliamo, ci scambiamo opinioni ed è come se queste azioni cadessero nel vuoto. Quante volte abbiamo detto: “Mio figlio non mi capisce” oppure “ Non accetta niente da me”. Spesso, però, non è così. Non è lui che non si lascia toccare. Non si lascia toccare da noi, fintanto che adottiamo quel modo di fare.

Impariamo a girare la telecamera, approfittiamo della magia del contatto. Impariamo ad ascoltare e a comunicare con chiarezza ciò che vediamo con l’occhio della nostra mente.

Solo così possiamo diventare stelle splendenti, meraviglie della natura in grado di produrre luce, energia, bellezza.

Elena Ricci

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