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L’artigianato calabrese scomparso

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Spesso, ai nostri giorni, si parla dell’artigianato calabrese, ma non si fa nulla per recuperarne le eccellenze che lo contraddistinguevano.

Nel 1928 in occasione dell’Esposizione Nazionale “di prodotti provenienti dalle Piccole industrie” tenuta in Firenze, la Calabria vi partecipò. Il Presidente del Comitato di Cosenza, inviò una relazione, dalla quale si rilevano le seguenti notizie.

“La nostra Calabria – scrive – non doveva restare assente da tale manifestazione, che tende a mettere in valore l’opera – talvolta pregevolissima – di oscuri e modesti lavoratori”. Precisa ancora: “La provincia di Cosenza quella da noi più particolarmente studiata, offre tante varietà di prodotti che dimostrano la persistenza di tradizioni locali, tradizioni manifestantesi in mille guise con bellezze di forme e di colori”.

Il “progresso”, che avanzava, aveva già avviato la scomparsa di “qualcosa”: “È bensì vero – scriveva il Presidente – che la passione della vita moderna, ha distrutto molte consuetudini, ma quelle speciali di gran parte del nostro popolo, sussistono ancora e conviene ricercarle nelle campagne e in quelle più remote, che più propriamente conservano, con gelosa diffidenza le più spiccate caratteristiche”.

Il Comitato, impegnato nel lavoro di ricerca, fra tante “con accurata scelta, ha preferito quelle che più particolarmente rispecchiano le usanze dei luoghi, sì da apparire come prodotti veramente caratteristici, escludendo ciò che è comune ad altre regioni”.

Si presentarono i costumi di Castrovillari e Lungro; “i tessuti manifatturati con il telaio a pedale, i di cui prodotti talvolta di notevole pregio, paleseranno, quali miracoli siano capaci di compiere le nostre donne del popolo, con strumenti di fattura primitiva ed imperfetti nel loro funzionamento. Le coperte di lana dai disegni bizzarri orientaleggianti; quelle di seta e cascami di seta (capisciòla) dalle vivaci tinte così bene intonate ed armoniche – i tessuti adatti per abiti (frannìna), ecc. le tele ed i servizi da tavola e da toletta, in lino – tutti saranno lì a dimostrare che se la industria moderna può superarli in apparenza, non potrà mai gareggiare per la resistenza della fibra per la purezza della materia adoperata”.

Come si diceva altra volta, però, quell’attività e quell’arte così tanto decantata è scomparsa. Inutili sono stati i nostri appelli per una ripresa, dato che sopravviveva, ancora, qualche tessitrice. Sarebbe potuta essere una lucrosa attività in tempi in cui manca il lavoro. Forse, però, mancherà la voglia e la volontà di applicarsi!

Il Presidente scriveva, oltre a quanto riportato, “anche gli altri oggetti che presenteranno un carattere più esclusivamente locale, avranno sempre pure modo di destare la curiosità e l’attenzione degli artisti ed anche dei dilettanti.

Così tutta la serie dei lavori in creta, non soltanto interessa perché genuino prodotto di industrie proprie e di uso sempre vivo nel popolo, ma colla varietà artistica delle forme che ricordano, talvolta, le antiche anfore per eleganza di sagoma, contribuirà a dare maggiore interesse alla raccolta degli oggetti eseguiti con primitiva spontaneità.

Sono in essa rappresentate tutte le fogge dei recipienti per acqua, tarantine, lancelle, fiaschi, fiaschetti, orciuoli con becco e senza, e quelli per la cottura delle vivande, fra cui, le pignatte a due o tre maniche che sono del tutto originali, la svariata serie dei vasetti, dei portafiori, e persino dei giocattoli in uso fra i bambini.

E non si sono dimenticati i lavori in passamanerie, e, principalmente, le frange di cui sono pronti diversi campioni; i lavori in ferro, fra i quali un tipo di scure per potare; i coltelli con forchetta, preferiti dai nostri contadini; delle serrature complesse di forma e di fattura; alcuni lavori in latta, che si sono raccolti per pura curiosità etnografica (lume ad olio ed a petrolio, caffettiera, ecc.) i lavori in legno (barili per acqua, setacci col latte, basti, pettini, ecc.); tutto il ricco assortimento dei cesti e cestini, dalle diverse fogge e varietà di materia prima adoperata: dai giunchi al faggio e castagno, dalla paglia alla canna ed al salice; ed infine, svariati tipi di cordame, tante altre piccole cose che rivestono, la più parte, un interesse puramente locale”.

Di tutto ora esiste il ricordo, anzi è scomparso perfino quello! E pensare che Rosas concludeva: “L’augurio più vivo (…) è che il lavoro compiuto dal nostro Comitato riesca a dare efficace incremento e far prosperare gran parte delle piccole industrie esercitate in questa Provincia”.

L’artigianato non poteva essere concorrenziale con l’industria, ma era una forma d’arte che avrebbe potuto avere un valore non poco apprezzabile, anche se di nicchia.

Giuseppe Abbruzzo

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