La magarìa di un innamorato

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Un argomento controverso è la magia, che nel nostro dialetto è detta majìa e magarìa.

Ci hanno detto, da tempo, che magarie, le magie, sono buone, ossia di quelle alle quali si dà via a fin di bene e quelle malamente, che arrecano danni a qualcuno. Alle prime appartengono le pratiche legate alla medicina popolare, allo sfascino, ecc. Le altre sono quelle operate da magare esperte. Un tempo ve ne erano famose in molti paesi della Calabria. Ricordiamo, fra tutte quelle di Pittarella, citate dal Padula, e quelle di S. Fili.

Queste erano capaci di propiziare danni a persone o animali; di legare, così si diceva, uomini e donne; di far sì che qualcuno s’innamorasse follemente e non potesse fare a meno della persona alla quale era stato “legato”.

C’erano quelle maghe e maghi, che sapevano “sciogliere” quelle “legature”. Il mondo del magico, insomma, aveva operatori di varia natura, capacità e poteri.

Colpisce, però, un canto, che ci ha invogliato a scrivere sull’argomento.

Un giovane era follemente innamorato di una ragazza, che non voleva proprio saperne di corrispondere. I canti, le profferte si sprecavano, ma lei era irremovibile. Allora il giovane sospende i canti d’amore e di lode e comunica alla ragazza, sempre col canto, che la “farà calare” diversamente: opererà una magia. Proprio così, perché lui è un esperto mago:

Sa’ chi ti dicu, bella, è miegliu amàri,

si no ti fazz’amari ccu’ majia.

Le canta e precisa che lui è stato dalle “magare” e sa come operare per mettere in atto una magia. Rivela, così, gli ingredienti necessari e il modo di procedere nel sortilegio:

ossa de mùortu e medulla de cani

quattru petrùzzi de ‘na crucivìa.

Un perfezionista precisa, riguardo alle ossa di morto:

uossu de muortu, chi paganu sia.

Ecco le difficoltà, fra le difficoltà, nell’eseguire la pratica.

Sono necessarie, ancora, parti di funi di sette campane. Attenzione a questo numero magico, perché dovunque ricorrente: 7 i giorni della creazione; 7 i giorni della settimana 7 le virtù ecc. ecc.

Né deve mancare una carte scritta della sagrestia.

Il tutto dev’essere posto a bollire in una caldaia e “la sc-cuma chi jetta è la majia”.

L’innamorato non dice come adopererà quella schiuma. Fa sapere, però, che non è soltanto amico delle magare, ma lo è, anche, dei diavoli che, come è noto, sono con quelle collegate, tanto da trovarsi insieme nelle riunioni notturne di particolari venerdì sotto il noce di Benevento. Le canta, perché resti avvisata, che è bene amarlo, senza fare altre storie, e l’avverte:

A menzannòtti, ti fazzu chiamàri

de satanàssu, ch’è ‘ncummann’ a mia!

Apprendiamo, così, ch’è uno che nell’ambiente può operare e far operare, per mutare ogni cosa.

Aggiunge che la farà trascinare in una cava, ossia in un vicolo dove non c’è luce.

Povera donna! Avrà evitato tutto questo? Sarà rimasta, comunque, ferma nella sua posizione?

Non ci è dato saperlo. Fantastichi ognuno. Noi aggiungiamo qualcos’altro.

Nel caso, come quello su riportato, il Padula ci tramanda come si operava per produrre ‘a purbarèlla. Questa, notoriamente, è la polverina che, si diceva si gettasse su chi si costringeva ad amare o ad innamorarsi follemente. Ancora oggi, a chi s’innamora follemente o è attratto dalle idee ecc. di qualcuno si dice: – L’hanu jettàt’ ‘a purbalella! (Gli hanno gettato addosso la polverina!).

Tutto questo è vera poesia! La poesia, d’altra parte, quella vera, ben s’intende, cos’ è se non magia delle parole?

Giuseppe Abbruzzo

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