Rivivere il Natale con lo spirito di un tempo

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Per Natale io vorrei….

Era questo l’incipit con cui, invariabilmente, iniziavano le letterine che ponevamo furtivamente sotto il piatto del genitore affinché questi, fingendosi stupito, la trovasse e noi pronti, poi, a leggerne il contenuto di fronte alla famiglia. Un elenco più o meno lungo di buoni propositi… quasi mai rispettati. Eppure, con le sue note dissonanti, i suoi contrasti, c’è qualcosa nei Natali passati – quelli dell’infanzia – che va recuperato e di cui sentiamo oggi un disperato bisogno. Non solo il clima di festa più sentito, meno commerciale e più vissuto ma tutto il contesto che ne faceva realmente l’evento più atteso dell’anno. C’è qualcosa tra il noi di oggi e quello di ieri che richiede un recupero, una rivalutazione. Tante immagini si affastellano nella nostra mente: è come una serie di linee frammezzate, interrotte dalla vita che, con i suoi pesi e i fardelli della quotidianità, ci impone di liberarci di ciò che è “inutile” con l’illusione che il carico diventi meno pesante. In realtà è il contrario. Sentiamo, oggi più che mai, il bisogno di dare ordine a quelle linee frammezzate, quale atto estremo di riconciliazione tra il passato e il presente, tra ciò che siamo e ciò che eravamo. Solo recuperando quella dimensione riusciremo a recuperare non solo il clima di festa ma anche l’emotività, la gioia che quel clima portava con sé. Non può esserci felicità senza emotività; se non riusciamo a riprovare quei sentimenti autentici che i Natali passati avevano e che oggi si sono persi, non riusciremo a godere delle festa. E’ innegabile che, un tempo, la gioia veniva da un clima che si preannunciava molto tempo prima e che dava alla ricorrenza stessa quella dimensione di attesa che, in definitiva, è l’essenza vera della gioia. Il dinamismo di noi ragazzi per preparare il falò della vigilia (che richiedeva almeno un mese di raccolta); la solidarietà che scattava nel vicinato, specie verso chi si sapeva essere più bisognoso e tant’altro. Non c’era nulla di ostentato, solo una predisposizione d’animo verso il buono, la mano tesa verso chiunque. Era questo uno degli ingredienti di quel clima. Ci aggiriamo, oggi,  tra le strade deserte della nostra città, che, malgrado i colori sempre uguali, le colline che inframmezzano la monotonia della campagna, i colori tenui di un autunno avanzato, non è più la stessa. Non si avverte quell’atmosfera magica e quel dinamismo che caratterizzava quel periodo dell’anno. Non sappiamo bene perché ma, fino all’ultimo, speravamo di ritrovare qualcosa che ci riconducesse a quella dimensione magica e incantata, di cui, oggi più che mai,  sentiamo un disperato bisogno. Il Natale presente, in definitiva, ha perso quei toni e quello smalto e l’aspetto sempre più commerciale non fa altro che sminuirne la portata in termini emotivi e affettivi. La delusione è quasi pari, nella portata, a quanto grande fosse la nostra  attesa. Ecco quindi che la mente vola alla ricerca di quelle immagini che ci rendevano felici e che, al pari di molti interpreti di quel tempo, si sono irrimediabilmente persi. Vorremmo che, come nel classico di Dickens, un fantasma ci riconducesse a rivivere per brevi istanti quei Natali, nella loro dimensione affettiva e spontanea che non ritroviamo. Quanto ai Natali futuri, l’incertezza regna sovrana, al pari dell’angoscia per l’incertezza legata ad un mondo sempre più instabile e precario. Non ci resta, pertanto, che fare pace con il nostro passato cercando di armonizzare la magia di un tempo con il crudo e freddo realismo di oggi, trovando conforto in ciò che è stato, senza pensare a ciò che sarà. Buon Natale a tutti! 

Massimo Conocchia

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