E se provassimo ad interrogarci come genere?

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Gli episodi di violenza sulle donne, sempre più frequenti e con esiti drammatici, purtroppo, ci impongono, come maschi e ancor più come uomini, di interrogarci su quanto di sbagliato e pericoloso ci sia nel nostro background culturale, nella nostra formazione di genere, che da sempre ha visto nel maschio un simbolo di superiorità supposta e falsa.

Da quando nasciamo, siamo portati a distinguerci dall’altro sesso, partendo da un presupposto formativo e “culturale”, non solo errato ma fuorviante e pericoloso. Un certo modello culturale, quello del maschio virile e “cazzuto” non solo è duro a morire nell’immaginario collettivo ma, in tempi non molto lontani, era stato adottato da alcune forze politiche che si presentavano come innovative e “rivoluzionarie”. Chi non ricorda il “celodurismo” di una certa formazione padana che, “avendocelo duro”, si proponeva di cambiare il mondo con aforismi e  emblemi fallici, rimasti tristemente noti. In epoca abbastanza recente, il machismo ha rappresentato, specie e destra, un elemento distintivo.

Questo retroterra è stato alla base della formazione di molti maschi e a varie latitudini: lo si riscontrava negli epiteti con i quali spesso si etichettava e si etichetta una donna che ci appare sopra le righe nel vestire  o nel modo di porsi; nei commenti sgradevoli e nella necessità di raccontare agli amici particolari anche intimi di una relazione occasionale, vissuta come un trofeo da esporre ed ostentare. Tutta una cultura, insomma, che ha sempre visto nel maschio colui che è destinato a prevalere e dominare. Sempre una concezione profondamente maschilista distingue anche lessicalmente la donna che vende il proprio corpo, che viene definita “puttana”, dall’omologo maschile che, con una terminologia più fine, diventa “gigolò”. La realtà è che tutte le volte che le donne vengono messe alla prova dimostrano, non infrequentemente, maggiori capacità rispetto ai colleghi maschi. Ciò, ovviamente, finisce per determinare un atteggiamento ancora più arrogante da parte nostra.

Alla base di molti delitti c’è l’incapacità del maschio a riadattarsi a vivere da solo, cosa per la donna non solo più semplice ma anche naturale. Noi abbiamo bisogno di una stampella, che si chiami madre o moglie o figlia, senza la quale lo stare al mondo diventa un problema. In questo sì che si ritrova un atteggiamento immaturo, nella nostra incapacità di riappropriarci del nostro mondo che, al singolare, non appare più degno di essere vissuto.

In alcuni casi, poi, il retroterra culturale e formativo si fonde con la psicopatologia. Non è certo un’attenuante questo aspetto ma non va nemmeno sottaciuto: chi fa del male ai figli per colpire la moglie, che deturpa la compagna con l’acido, chi – come nel caso più recente – si presenta a un appuntamento con coltello, nastro adesivo e sacchi di plastica, non è e non può in alcun modo essere ritenuto una persona cosiddetta “normale”. Tutto ciò ovviamente scevro da qualsiasi intento depenalizzante, al solo scopo di potere cogliere atteggiamenti allarmanti da attenzionare prima che succeda l’irreparabile.

Qualcuno ha scritto recentemente sui social che “la fine di una relazione non è la fine della vita”: cominciare a fare capire questo ai nostri figli dapprima in famiglia poi a scuola, potrebbe essere un buon inizio. Il 2023 è l’anno della gentilezza, termine spesso dato per scontato ma raramente adoperato: abituarsi a interfacciarsi all’altro con semplici parole come “scusa”; “per favore”; “prego”; “grazie”, sarebbe sicuramente un buon inizio. A volte chiedere scusa sembra una delle cose più difficili del mondo.  “Sorry seems to be the hardest word” recita una bellissima canzone di Elton Jhon (“Dire mi dispiace sembra essere la parola più difficile”). Cominciamo ad usarla più spesso: farebbe bene a noi e a chi ci ascolta e spesso sostiene

Massimo Conocchia

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