La bandiera
La circolare con cui il ministro dell’Istruzione e del Merito, Giuseppe Valditara, richiama le scuole alla “cura” del tricolore – fino a prescriverne la sostituzione qualora risulti scolorito o deteriorato – si inserisce in una più ampia operazione simbolica che utilizza la scuola come spazio privilegiato di costruzione e disciplinamento della “sacra” identità nazionale.
È una scelta che ha fatto tornare alla mente “La vita è bella” (del 1997) di Roberto Benigni, e in particolare la scena ambientata in una scuola fascista, in cui il protagonista (Benigni) si finge ispettore ministeriale per ridicolizzare le teorie razziali del regime. Attraverso la parodia, Benigni smaschera il carattere grottesco e violento dell’indottrinamento, mostrando come la scuola possa diventare un potente strumento ideologico, ma anche – se attraversata dal pensiero critico – un luogo di resistenza.
Il parallelismo non è casuale. Anche oggi, seppure in un contesto incomparabilmente diverso, all’istituzione scolastica – dalla destra di governo e dal ligio Ministro del Merito – viene attribuita una funzione che eccede la formazione critica e si avvicina a una pedagogia dell’appartenenza. I simboli della Repubblica vengono presentati come oggetti da rispettare e preservare, più che come elementi da comprendere, interrogare e storicizzare.
Il richiamo al decoro della bandiera, proposto come gesto educativo e civico, rivela una concezione semplificata del rapporto tra simboli, cittadinanza e democrazia: il rispetto formale del vessillo diventa indice di adesione ai valori della repubblica, come se l’integrità materiale del tessuto potesse garantire consapevolezza civica e partecipazione democratica.
In questa prospettiva, l’educazione civica rischia di ridursi a una pratica di conformità simbolica, in cui l’osservanza delle regole sostituisce il confronto con i processi storici, politici e sociali che quei simboli rappresentano. Il tricolore viene evocato come emblema indiscusso di unità e identità, senza che venga mai problematizzato il carattere storico, conflittuale e plurale della “nazione”.
L’idea di un’identità compatta e condivisa rimuove il fatto che essa è invece il risultato di conflitti, diseguaglianze, esclusioni e narrazioni selettive. Il simbolo viene invece sottratto alla storia e naturalizzato, reso incontestabile e quindi sottratto al pensiero critico. Il messaggio implicito è che l’appartenenza si misuri attraverso il rispetto formale dei segni istituzionali, più che attraverso la capacità di interrogare i valori che essi pretendono di rappresentare. m
Il tricolore non diventa il punto di partenza per una riflessione sulla cittadinanza democratica, ma uno strumento di legittimazione di un’identità data, che chiede deferenza più che partecipazione. Ne deriva un cortocircuito educativo: il rispetto del “vessillo” viene presentato come condizione sufficiente per l’educazione civica, mentre il confronto con le contraddizioni della storia nazionale – dal colonialismo alle fratture territoriali, dalle lotte sociali antifasciste alle molte facce della memoria pubblica – viene marginalizzato.
L’educazione civica rischia di ridursi a una ritualità istituzionale fatta di gesti codificati volti a onorare la bandiera, e esporla correttamente. Ma la cittadinanza democratica non si costruisce attraverso la sacralizzazione dei simboli. La bandiera non è un oggetto neutro, è piuttosto un artefatto politico che ha accompagnato guerre, esclusioni, repressioni e conflitti, oltre che mobilitazioni democratiche.
Trasformarla in un simbolo neutralizzato e caricato di valori in modo normativi significa cancellare questa stratificazione di significati e neutralizzare il giusto conflitto che attraversa le società. In un contesto segnato da diseguaglianze, migrazioni e pluralità culturale, l’enfasi sull’identità nazionale rischia così di funzionare come dispositivo di chiusura più che di inclusione.
La scuola dovrebbe invece essere il luogo in cui le identità vengono discusse, decostruite e ripensate. Educare alla Repubblica non significa insegnare a venerare i simboli, ma a comprenderne criticamente le condizioni materiali, politiche e sociali. Una bandiera ben conservata non garantisce una democrazia viva. Solo quando i simboli vengono interrogati, e non semplicemente venerati la cittadinanza può diventare un’esperienza educativa.
Assunta Viteritti














