Colpi e contraccolpi nella campagna referendaria
La campagna per il prossimo referendum sulla giustizia si sta finalmente accendendo e, man mano che si procede, il clima diventa sempre più incandescente. E’ di questi giorni l’intervista rilasciata dal Procuratore Gratteri al Corriere delle Calabria, nella quale il procuratore capo di Napoli sostiene, in sintesi, che – in chiaro riferimento alla Calabria – per il sì voteranno anche imputanti e indagati, per il no chi crede nella legalità. Come ha di recente sostenuto un caro e stimato amico, Franco Bifano, l’opinione sarebbe potuta essere edulcorata e sicuramente corretta, anche con la sottolineatura che, oltre a, magari, quelli citati, per il sì voteranno genuinamente anche rispettabilissimi cittadini.
Il Dott Gratteri ha poi definito meglio il suo pensiero, spiegando che alcune sue dichiarazioni erano state oggetto di estrapolazioni e soprattutto era stato omesso il contesto geografico al quale si riferiva. Al netto di queste precisazioni, doverose, dobbiamo confessare che il clamore mediatico scatenato da molti esponenti del governo e della maggioranza attorno a quelle dichiarazioni ci è apparso più come un tentativo di deviare l’attenzione da altri problemi che come un “casus belli” autentico.
D’altra parte, sono stati autorevoli esponenti di Forza Italia, ad esempio, a definire la riforma Nordio come il sogno di Silvio Berlusconi. Senza scendere in un’analisi profonda sul Cavaliere e sul berlusconismo in generale, non si può certo sostenere che le leggi che i suoi governi cercavano di portare aventi in tema la giustizia non fossero animate anche da vicende personali . La domanda vera che ogni libero cittadino dovrebbe porsi è la seguente: a chi gioverà questa riforma? Ci sarà un accorciamento dei tempi della giustizia, risolverà il problema del sovraffollamento nelle carceri, si rafforzerà l’organico della magistratura?
Nulla di tutto questo ci sembra rientri nelle tematiche referendarie, che prevedono, in realtà la cancellazione di una serie di articoli della Costituzione, che vanno ad agire proprio sul complesso sistema dell’equilibrio dei poteri.
Nel dibattito pubblico italiano, poche figure hanno incarnato con altrettanta coerenza il senso dello Stato quanto Nicola Gratteri, da sempre in prima linea contro il malaffare e la criminalità organizzata, con una vita professionale segnata dal rigore, dall’esposizione personale e da una profonda conoscenza delle dinamiche del sistema giudiziario. Le polemiche sorte attorno alle sue dichiarazioni sul referendum meritano, a nostro modo di vedere, di essere estrapolate dalla semplificazione polemica e restituite al loro contesto.
Ridurre quelle dichiarazioni, peraltro parziali e riprodotte, a un giudizio sprezzante verso gli elettori significa fraintendere, o voler fraintendere, il senso più ampio di quel ragionamento che intendeva, dal nostro punto di vista, richiamare l’attenzione su un dato oggettivo: il corpo elettorale, in una democrazia, comprende tutti i cittadini maggiorenni, indipendentemente dalla loro condizione giuridica. In altre parole, l’affermazione che tra i votanti per una certa parte ci possano essere persone con pendenze con la giustizia non è un insulto ma una constatazione. Gratteri, secondo noi, ha il diritto e anche il dovere morale e professionale di esprimere valutazioni quando ritiene che determinate riforme possano incidere sull’efficacia della lotta alla criminalità o sull’equilibrio tra poteri dello Stato.
La sua posizione può essere condivisa o criticata ma non bollata come un attacco al popolo sovrano. Man mano che la data della consultazione si avvicina, si definiscono meglio i contorni del quesito e, contestualmente, la parti in campo finiscono per appalesarsi maggiormente nelle loro intenzioni.
Il ministro della Giustizia, riferendosi al leader dell’opposizione ha dichiarato di non capire il motivo della sua contrarietà alla riforma, posto che domani chi è oggi all’opposizione potrebbe divenire forza di governo e quindi giovarsi della riforma, chiarendo, più o meno consapevolmente, la finalità della stessa, ossia uno strumento in mano al potere esecutivo per “controllare” un altro potere dello Stato.
In definitiva, riteniamo ce ne sia abbastanza per uno scontro che si palesa come aspro e dai confini indefiniti e ben più larghi dell’alveo nel quale in teoria sarebbe confinata la riforma. Il referendum è uno strumento prezioso di democrazia diretta, ma la giustizia è un’architettura delicata: modificarne gli equilibri richiede consapevolezza, competenza e una visione sistemica e soprattutto sgombra da visioni e mire che poco hanno a che fare con il suo funzionamento e soprattutto con la sua imparzialità. Il risultato del referendum avrà, inevitabilmente, delle implicazioni politiche: l’esecutivo potrà uscirne rafforzato o seriamente indebolito da una sonora bocciatura di ciò che è divenuto un vessillo.
Massimo Conocchia














