Addio a Francesco Guccini, il cantante e il poeta che ha saputo interpretare i sogni e le amarezze di varie generazioni

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La notizia della morte di Francesco Guccini ci ha colto di sorpresa. È chiaro che arriva un momento nella vita di ciascuno di noi in cui il distacco diventa più probabile.

Ci sono però dei personaggi che, quando se ne vanno, fanno un rumore enorme, lasciando un vuoto difficile da colmare. Francesco Guccini non è stato solo un cantautore: ha saputo narrare, interpretare e per certi versi combattere un Paese che stava profondamente cambiando.

Nelle sue canzoni non c’era solo rabbia e protesta, c’erano sogni aspirazioni, denuncia, necessità di affrancarsi da una condizione umana spesso opprimente. Il nostro primo approccio a Guccini risale al 1973, quando avevamo 8 anni.

Elio, fratello più grande di 12 anni, aveva acquistato uno dei primi stereo della “selezione del reader’s digest”, un’azienda che faceva vendite per corrispondenza permettendo comodissime dilazioni di pagamento. Quello stereo diventò per un decennio il megafono di un intero quartiere-quello delle case popolari dell’attuale via Einaudi, già strada I Matteotti”.

Nei giorni festivi, verso le 10 del mattino, Elio decideva di “deliziare“ tutto il quartiere con le canzoni di Gaber, Guccini, Bob Dylan e Bruce Springsteen. Un modo come un altro per diffondere nel sottoproletariato dell’epoca la musica di protesta. Ad onor del vero, bisogna dire, che non tutto l’uditorio apprezzava quel tipo di musica e soprattutto ai dei decibel con cui veniva propagata. Se i giovani gradivano, gli anziani non sempre . “Ragioni’ stuta ‘ssu stuonu!”. “Vascia ssa cazz’ ‘e radia!”.

Tra i più recalcitranti bisogna annoverare anche i nostri genitori. Noi, per età, facevamo parte del folto gruppo dei neutralisti. Inizialmente, venivamo costretti ad ascoltare “la locomotiva”. Alla fine ci chiedeva: “cosa hai capito?”. Lo guardavamo con un’espressione un po’ smarrita e un po’ attonita.

Alla fine ci lanciavamo in un’interpretazione sicuramente originale: “parla di un tizio su un treno…”. “Questa è la storia di un uomo che ha deciso di morire per vendicare le ingiustizie, non hai capito un c…o!“. Fu questa la sua risposta. Continuiammo a riascoltare meccanicamente quella canzone per anni e solo dopo molto tempo ne percepimmo il senso vero. La musica di Guccini era così, una bomba senza deflagrazione, una protesta senza rumore, delle urla senza schiamazzi.

Crescendo le canzoni del cantautore di Pavana entrarono via via nel nostro ridotto bagaglio musicale. “L’avvelenata”, “l’eschimo” “Cyrano” “Stanze di vita quotidiana” e tante altre ci hanno accompagnato ad attraversare quella fase particolare della vita nella quale si è pieni di rabbia, si scambiano i dubbi e le titubanze per certezze, si ha impressione di avere il mondo tra le mani.

Guccini ci ha insegnato a dominare la rabbia, a trasformarla in uno strumento di lotta quotidiana. Ci ha insegnato-per dirla con le parole di Bertold Brecht   – a trasformare una rabbia “forte” in una rabbia “lunga”, cioè capace di durare, diventando essa stessa la molla per cercare di capire e dare il proprio contributo per migliorare il mondo.

La lotta alle ingiustizie, ai soprusi, all’ipocrisia di una classe piccolo borghese che pretendeva con una sottocultura consumistica di sopprimere ogni forma di pensiero critico, trovavano nelle sue canzoni il modo naturale per arrivare nel cuore e nella mente di ognuno.

Nel novembre del 1997 avremmo la fortuna di incontrarlo. Eravamo a Bologna per uno sciopero degli specializzanti di tutta Italia. Terminata la manifestazione, andammo con un altro collega in via Paolo Fabbri 43, “trattoria da Vito”. Ci avevano detto che sulla tarda serata, abitualmente, si faceva vivo in quel locale. Così fu.

Era circa mezzanotte quando vedemmo entrare questo omone avvolto in un tre quarti in doppio petto. Ci avviciniammo timorosi. Ci accolse con molto entusiasmo e affatto seccato. Eravamo talmente emozionati da non pesare nemmeno le parole: “Francesco è un onore conoscerti. Grazie per la rivoluzione che hai portato avanti”. Ci guardo’ e, dopo un attimo, rispose in emiliano: “Esagerat“. Scambiammo qualche parola e ci congedammo.

Quella notte faticammo a prendere sonno, l’emozione sovrastava ogni nostro pensiero. Dobbiamo confessare che il Guccini degli ultimi 25 anni ci ha appassionato di meno rispetto a quello degli anni 70 e 80. Era sicuramente cambiato il contesto e forse eravamo cambiati anche noi. Le sue canzoni storiche continuano però ad accompagnarci nel nostro cammino, contribuendo a darci un minimo di serenità e coraggio quando ci sentiamo un po’ più abbattuti.

Guccini è stato questo: un compagno di viaggio che ha avuto la straordinaria capacità di leggere il senso del nostro vissuto, incanalare la rabbia, rendere meno sterile e più incisiva la protesta. Grazie Francesco. La terra ti sia lieve.

Massimo Conocchia

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