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Curiosità: origine del termine “chianca” e “chianchiere”

Dalle nostre parti, ma in generale in tutto il Meridione, Napoli e Sicilia comprese, il negozio del macellaio viene definito “chainca”, da cui l’appellativo “chianchiere” per l’esercente. Si tratta di una terminologia che resiste ancora oggi e di cui ci piace riproporre ai nostri lettori l’origine e l’etimologia di un termine molto diffuso.

Il termine “chianca” altro non è se non una volgarizzazione – come riporta il “Dizionario della Lingua latina” (Editore Loescher) – del latino “planca”, che indicava, in genere, un asse di legno o un tavolo sul quale il macellaio esponeva la merce in vendita. Col passaggio dal Latino al Volgare, e successivamente ai dialetti, “planca” è divenuta “chianca”, al pari di altri termini, nei quali il prefisso “p” veniva trasformato in “ch”, come, ad esempio planta (pianta) che in dialetto diviene “chiànta”, plenum (pieno) che si trasforma in “chinu”, e così via.

La chianca è divenuta, nella tradizione popolare, anche il luogo lacui soglia, usurata e macchiata non solo dai piedi dei numerosi clienti ma anche dal sangue delle bestie macellate, e pertanto estremamente resistente all’usura, veniva usata per un simbolismo tutt’altro che positivo, rappresentando mancanza di vergogna e impudenza. Così, quando si vuol dire a qualcuno  che non risente di alcun pudore o vergogna, gli si dice: “Tieni a faccia cum’ ‘u scalùnu e da’ chianca”.


Acri vanta una grande tradizione di macellai di valore: alcune famiglie, storicamente, rappresentavano una prosecuzione di attività, tramandata fino a qualche decennio fa nelle varie generazioni, tra cui, la prima che ci viene in mente è la famiglia Rocco (“Panzutu”), oltre a tante altre tutt’ora in attività, come “Principe” (Mustica), “Cambrìccu” (Servidio), “Cagnarìello” (Mustica), “Carpanzàno” (Coschignano – Conocchia), “Cavallo” (Elia), “Sangiuvannìsu” (Scaglione), etc. Fino al secondo dopo guerra a, l’attività principale dei nostri macellai consisteva nella macellazione e vendita di animali minuti, essenzialmente ovi – caprini. I bovini venivano macellati e consumati in casi eccezionali, quando qualcuna di queste bestie cadeva e si fratturava qualche zampa, per cui non era più utilizzabile per il lavoro nei campi o per la produzione del latte. Oltre alle motivazioni sopracitate, ve ne erano altre di natura etica e morale, che contribuivano a limitare fortemente il consumo di quel tipo di carne: i bovini, per il loro utilizzo nei campi, venivano considerati quasi alla stregua degli animali “sacri”, nel senso che non si aveva il coraggio né di macellarli, meno che mai di mangiarli. Ricordiamo nostra nonna materna, che si è sempre rifiutata di mangiare carne bovina, proprio per le motivazioni anzidette. Un misto di sacro e profano, di credenze e riti, che popolavano l’immaginario collettivo di un popolo che vedeva nel lavoro dei campi la fonte principale di sostentamento. E, soprattutto, un popolo che, pur nella miseria, aveva e difendeva dei valori, che, in non poche occasioni, avevano la meglio persino sulla pancia vuota. 

Massimo Conocchia

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