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1921-2021: Cento anni fa nasceva il Partito Comunista Italiano

Il 21 gennaio 1921, a Livorno, nasceva il P.C.I.. Si è trattato di un
evento importante, che avrebbe condizionato la storia dei decenni
successivi, per il ruolo che questa forza ha avuto nel panorama
nazionale. Non ne scriviamo da nostalgici, pur ritenendoci
estremamente di parte. Siamo coscienti che si sia trattato della più
grossa utopia del Novecento, che non poteva che finire come è finita,
per varie ragioni. Carlo Marx può, dal nostro punto di vista, essere
assimilato a un medico che è stato capace di fare una diagnosi
brillante dello stato della società capitalistica, individuandone mali
e punti critici. Lo è stato assai meno nel proporre la terapia, o,
meglio, il rimedio è stato interpretato, successivamente, da falsi
“medici e sapienti”, che, alle varie latitudini in cui si è cercato di
mettere in atto certe teorie, hanno usato quella filosofia,
manipolandola a uso e consumo di una ristretta oligarchia. Tuttavia,
sbaglieremmo se ci limitassimo a vedere in quella ideologia solo i
mali che ha portato e che la caduta del muro di Berlino ha
definitivamente sancito e consegnato alla Storia. L’ideale comunista,
nel nostro Paese, ha avuto una funzione sociale non indifferente ed ha
contribuito, specie nella seconda metà del Novecento, ad alcune delle
più grandi conquiste sociali, mirando a un riequilibrio dell’assetto
civile e garantendo diritti a chi in passato ne aveva pochi o per
nulla.

Chi scrive ha vissuto la fase del crepuscolo di quella ideologia e,
tuttavia, ha fatto in tempo a cogliere alcuni aspetti che non devono
assolutamente essere dimenticati. Nato in una famiglia operaia e
comunista, mio padre non concepiva il dissenso in politica; per lui
esistevano due blocchi nel mondo: gli operai e i padroni. Avendo, poi,
vissuto la terribile esperienza del ventennio e i soprusi degli
squadristi, la fame, aveva visto – e come lui tanti altri – in quel
vessillo l’idea del riscatto e della liberazione dal ceto padronale.
“Su finiti li lingui de’ majàli; su finiti li galli e li gallini. E
chianu chianu vi ‘cc’àti ‘e assuttàri cumu ‘u cavallu viecchiu allu
trajinu”. Così recitava Angelo Serra, all’indomani della caduta del
Fascismo. Operai, braccianti, contadini, avevano visto in quel vessillo
e nei loro interpreti un ideale di liberazione che, almeno da un punto
di vista dei diritti sociali e del lavoro – grazie anche a un
sindacato allora forte e davvero dalla parte dei lavoratori –, nel
nostro Paese si è realizzato, in termini di lavoro meno oppressivo, di
retribuzioni più giuste, di tutela della salute, di diritto allo
studio per tutti, etc. Ci viene in mente un anziano contadino che
abitava non lontano da casa nostra, che sul letto di morte lasciò un
desiderio imperativo per i figli: ha voluto essere chiuso nella bara
col braccio alzato e il pugno chiuso. Lascio solo immaginare le
peripezie per riuscire a conciliare quel desiderio con l’angusto
spazio a disposizione e prima che il “rigor mortis” impedisse di
realizzare quella posizione. Altri hanno voluto che sulla lapide il
nome venisse preceduto dall’appellativo “compagno”. A questa gente
poco importava delle brutture che avvenivano nei Paesi socialisti,
della criminalizzazione del dissenso, della fame, delle sofferenze. A
loro importava che quel partito e quel vessillo avesse contributo a
liberarli dal Fascismo e fosse stato, poi, alla testa delle più
grandi rivendicazioni e conquiste sociali degli anni successivi. Solo
per fare qualche esempio, pensiamo al destino di leggi come il
divorzio e l’aborto senza il contributo determinante del P.C.I.. Col
presente scritto, si è inteso non lasciare passare sottotono un
centenario importante, che, nel bene e nel male, ha dato un’impronta
alla Storia del Secolo passato e, per ciò che riguarda l’Italia, ha,
pur con mille contraddizioni, contribuito a liberarla dal Fascismo e
garantire, poi, alcune conquiste sociali che, senza quel contributo
fondamentale, probabilmente avremmo raggiunto più tardi e con più
difficoltà. Per non parlare della “Questione morale”, problema posto
per la prima volta negli anni ‘70 da Enrico Berlinguer e che ha fatto
sì che alcuni interpreti di quella forza politica si distinguessero da
altri loro contemporanei, molto meno cristallini. Nessun rimpianto,
dunque, per la scomparsa di un’utopia ma solo un’analisi critica che
ha inteso mettere in risalto certamente le ombre ma anche alcune luci.

Massimo Conocchia

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