E se domani …?

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E’ una domanda che bisognerebbe porsi più spesso. Avete mai provato a pensare cosa potrebbe succedere se, in alcuni settori nevralgici, venissero improvvisamente a mancare le già precarie energie che mandano avanti il sistema?

Due, in particolare, sono quelli maggiormente a rischio per essere stati, negli ultimi trent’anni, dissanguati di energie e risorse da scelte politiche sciagurate. La prima è la sanità, la seconda è la scuola. Entrambi questi settori languono e con essi langue l’offerta di servizi, strettamente connessa alle energie svilite, depauperate, spesso mortificate. Scemata un minimo l’onda emotiva generata dall’emergenza, sembra che ci siamo dimenticati della situazione emergenziale legata alla carenza di strutture e servizi. Gli “eroi” di ieri sono, “incredibile dictu”, diventati oggetto di aggressione fisica e bersaglio di follia e tant’altro.

In realtà, lo svilimento di alcune categorie professionali parte dall’alto, da scelte scellerate che, nonostante la terribile esperienza vissuta, continuano ad essere incentrare su parametri sovranazionali, senza tenere conto di ciò  di cui , in realtà il Paese ha bisogno. Dall’Europa sembriamo recepire dictat e parametri finanziari, tranne l’equiparazione delle remunerazioni, da noi le più basse in assoluto. Dopo circa due anni e mezzo dall’inizio della pandemia, vi siete accorti di un’inversione di tendenza nella gestione della sanità o della scuola? Vi risulta, forse, l’avvio di una stagione di potenziamento di strutture o di maggiore investimento in risorse umane, soprattutto dalle nostre parti? La domanda è, in realtà, pleonastica: negli ultimi due anni il S.S.N. ha visto, tra pensionamenti e dimissioni, venir meno circa 50.000 unità. Nella generalità dei cesi, anziché intervenire con incentivi e gratificazioni, si continua a lasciare settori nevralgici sotto organico, affidandosi, non infrequentemente, all’utilizzo di personale ancora in formazione. Il dato allarmante non è tanto rappresentato   dai pensionamenti, sacrosanti, ma dall’elevato tasso di abbandono, ossia di gente che preferisce rinunciare al tanto agognato posto fisso nel pubblico per dedicarsi al privato, in molti casi più allettante, o alla libera professione. Ancora più inquietante è il fatto che a lasciare non sono tanto i medici prossimi alla pensione ma i quarantenni, ossia coloro che dovrebbero rappresentare l’ossatura del sistema non solo di oggi ma, soprattutto, di domani. Né la soluzione può essere – come in maniera frettolosa e semplicistica sembra affermare qualcuno – l’abolizione del numero chiuso per l’accesso a medicina, cosa certamente utile ma non a breve e medio termine, posto che il tempo minimo per formare un medico (tra laurea e specialità) sono 10 anni. Che fare allora? Anzitutto, mettere il personale sanitario nelle condizioni di lavorare con serenità, investendo in risorse umane, anche dall’estero, equiparando le remunerazioni al lavoro e ai rischi connessi, garantendo sicurezza e tutela nei pronto soccorso, potenziando la tutela legale di chi si muove con l’unico intendo di curare e alleviare il male. In assenza di una politica seria di gratificazione, non solo economica ma anche economica e di tutela in genere, lo stillicidio dal S.S.N. sarà costante e finirà per non garantire più la tenuta di un sistema già fragile. Se poi ci spostiamo sull’assistenza territoriale e la medicina di base la situazione è, se possibile, ancora più precaria ed esplosiva nel breve termine. Stesso discorso per la scuola, posto che le remunerazioni degli insegnanti sono assai spesso mortificanti: rispetto al personale non docente a fine carriera un insegnante di prima nomina rischia di prendere uno stipendio uguale o addirittura inferiore.

Un governo che non si preoccupa di tutelare adeguatamente il diritto alla salute e all’istruzione è un governo che naviga a vista, privo di una visione prospettica. Attenzione, perché – come è stato scritto qualche settimana fa da qualcuno che ha lanciato un allarme simile  – “alla fine ne rimarrà solo uno, non di Highlander  ma di medici” o di insegnanti.

Massimo Conocchia

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