Una riflessione necessaria

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Abbiamo scritto altre volte di brigantaggio e detta la nostra sul modo d’intendere questo termine.

Ribadiamo che all’arrivo dei Piemontesi, come erano dette le troppe volontarie e non e con l’imposizione delle leggi Savoiarde diversi chiamati ad assolvere agli obblighi di leva si diedero alla macchia. Ricordiamo che la leva durava ben sette anni. Non si capisce bene chi avesse dovuto provvedere al sostentamento delle famiglie, per sette lunghi, lunghissimi anni.

Come al solito, dietro ogni legge, il misero e solo il misero soccombe. Il ricco, infatti, se, per male augurata ipotesi fosse stato sorteggiato si poteva pagare il sostituto, ossia una persona, che assolveva all’obbligo suddetto al posto suo. Ponete bene attenzione, però, dal bussolo, stranamente, uscivano, si diceva a un popolo di analfabeti, sempre i nomi dei miseri non quelli degli altolocati.

Così finiva che alcuni si davano alla campagna, per vendicarsi di torti subiti e per i quali non potevano avere giustizia, da una Giustizia, saldamente in mano ai notabili.

Chi fossero più briganti bisogna riflettere.

Oltre a questi vi era un brigantaggio, quello sì, sommerso ed era il manutengolismo, ossia il servirsi di cosiddetti briganti, per far fare vendette, grassazioni, ecc. ecc. ecc. Questi briganti in guanti gialli, come diceva il popolo, si fece finta di perseguitarli, ma erano (inorridite!) quelli che detenevano le leve del comando, e quelle della giustizia. Qualcuno ebbe gli onori delle alte cariche. Apparteneva al rango dei galantuomini!

Ma, come dice il popolo, attacchiamola qui e ognuno faccia le sue deduzioni.

Ora diamo spazio alla cronaca d’altri tempi, stralciata, perciò, da vecchi giornali.

Siamo nel 1862.

“Giorni addietro la Guardia Nazionale di Colosimi nella contrada Terra Marina, territorio di Scigliano, s’incontrò con due briganti, arrestatone uno, a nome Francesco Mancuso di Rocco, il quale oltre di essere scorridore di campagna è requisito di leva, e dichiarato refrattario; fu preso senza armi, meno delle capsule, e d’un fodero di pugnale; e disse di aver perduto il fucile allorché ebbero un conflitto nel Cariglione e proprio quando vi restò ucciso Antonio Bianco alias Perciaboschi, e Domenico Bruni di Borgia; e la pistola ed il coltello averli dati ad un tal Lupia di Scigliano colono del fondo di D. Ignazio Folino”.

Fermiamoci un po’ qui. Un brigante pericoloso, che non ha armi. Non sfugga un particolare: è renitente alla leva.

C’è da chiedersi: – Come avrebbe ucciso, senz’armi, questo efferato brigante? – Altro particolare: l’arma la dà, non si capisce né come, né perché al colono d’un notabile. Chi vuole rifletta e giudichi.

Andiamo avanti nel riportare la cronaca: “L’altro per nome Nicola Arcuri riuscì a fuggire, e credesi ferito. Le stesse guardie arrestarono poco appresso un tal Antonio Mirabelli di Francesco di Scigliano, imputato di omicidio.

Nei boschi de’ Signori Procida e De Luca di Serra di Aiello si è vista una piccola comitiva di predoni, e vuolsi, che alla testa vi fosse il famigerato Carmine Franzese avanzo iniquo del 1848”.

Quell’avanzo iniquo si era battuto, contro i Borbone, nella rivolta di quell’anno! Era un avanzo iniquo di quell’anno! Altrove le rivolte erano apprezzabili, perché volevano un’Italia libera. In Calabria la rivolta, anche se aveva volontà unitaria, era pur sempre una faccenda brigantesca, almeno da parte di quelli che appartenevano al popolo.

Continua la cronaca: “Al 12, si è veduta pure altra banda di dieci individui armati nella contrada Spinella, tenimento di Rose – E la Guardia Nazionale ne seguiva le tracce”.

Riportiamo, ogni tanto, vecchie cronache, perché sono illuminanti, per chi vuole capire.

Ripetiamo: la Storia, non quella del copia incolla, si fa, oltre che con documenti, anche, con la illuminante microstoria.

Giuseppe Abbruzzo

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